L’operaio - Ernst Jünger

di Luca Caddeo - 09-12-2010 

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Specialmente tra i più appassionati apologeti del progresso quando si sente il nome di Ernst Jünger cresce la grave ombra del sospetto. E certamente Jünger, soprattutto con “Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt”, pur in modo assai paradossale, lancia il suo grido di guerra all’individualismo occidentale, alla democrazia, all’illuminismo, in una parola alla “Civilisation”.

Eppure, "L’Operaio", pubblicato un anno prima che Hitler conquistasse il potere, non è un comune libro antimoderno e reazionario nè, esattamente, un saggio nostalgico o "romantico". In un periodo di forte crisi economica, politica e valoriale, il saggio si propone di affrontare il relativismo utilitarista e la demagogia ad esso connessa per guidare, dopo le disastrose conseguenze della Pace di Versailles, il popolo tedesco a dignità imperiale. Prima de “L’Operaio” Jünger riuscì ad essere un celebre autore di romanzi di guerra (“Nelle tempeste d’acciaio”, “La lotta come esperienza interiore”, “Boschetto 125”), un acuto e audace giornalista politico e, in virtù delle quattordici ferite riportate nella Prima guerra mondiale che gli valsero la medaglia Pour le mérite, un vero e proprio eroe, celebrato dalla destra nazionalista, dallo stesso futuro Führer, ma anche dalla sinistra nazionalbolscevica di Ernst Niekisch.

Negli scenari infuocati della Prima guerra mondiale, sotto cieli di proiettili e il cigolio ripetitivo dei carri da guerra, il giovane Jünger intravede la cifra di giganteschi mutamenti epocali. Ne “L’Operaio” porta a frutto tali osservazioni con uno sguardo da "sismografo" rivelando come l’uomo sia lo strumento di elementari forze telluriche che con la tecnica assumono una rivoluzionaria e terribile potenza dentro uno scenario metafisico di cui è perno una dimensione eterna dalla quale procedono, durante ogni ciclo storico, le Forme. Con un’originale ripresa della concezione ciclica dell’Essere e della filosofia nietzscheana, Jünger considera il proprio tempo come un "Interregno" dove i valori del passato non sono ancora tramontati e quelli nuovi, destinati a dominare, non sono ancora perfettamente giunti alla massima espressione. Il "borghese" che crede nei valori di ieri ma che, con un atteggiamento nostalgico, non sa dominare la tecnica per ricreare il proprio tempo, è destinato a scomparire lasciando spazio all’Operaio.

L’Operaio è una figura metafisica che, spersonalizzandosi attraverso l’uso della tecnica, è in grado di incarnare dei principi sovraindividuali facendosi eone della nuova parusia della Forma. La Forma è significativamente definita come "un tutto che comprende più della somma delle sue parti" e rappresenta non solo una forza trascendente, ma la concreta metafora dell’Operaio e dello Stato Organico costituito appunto non dalla mera somma degli individui (atomi), ma da una superiore entità che non si riduce all’addizione dei propri elementi. Con un chiaro attacco alla civiltà occidentale fondata, a suo avviso, sull’individualismo e su una concezione astratta della libertà, Jünger ambisce a "kulturalizzare" la “Civilizzazione” adoperando gli strumenti della modernità per creare un Tipo d’uomo che sia effige diretta della Forma e concreta manifestazione del suo Dominio.

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