L’arte della guerra di Sun Tzu

di Tancredi Pascucci - 02-09-2008 

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L’autore del testo è un generale pieno d’esperienza vissuto nel VI-V secolo a. C. nell’antica Cina. La sua opera, un’insieme di insegnamenti inizialmente tramandati oralmente e poi trascritti su delicati astucci di bambù legati fra loro, cerca di fornire un esauriente compendio su cosa sia l’arte della guerra. Per guerra non si intende solamente la guerra vera e propria, fatta di eserciti che si fronteggiano in campagne militari, come doveva essere all’epoca dell’autore. Si intende la nostra guerra quotidiana, la guerra che anche l’uomo più pacifico si ritrova a combattere durante la vita normale, eccellente metafora per rappresentare molte fasi della nostra vita, costellata di vittorie, conquiste, sconfitte e stratagemmi.

L’opera si divide in capitoli, alcuni dei quali in rima nella lingua originale, volti a elencare una serie di accortezze e perle di saggezza che il buon comandante deve usare in guerra. Si tratta di regole di una razionalità ben ponderata, di un machiavellico pragmatismo, il tutto con uno stile ruvido, essenziale e tirato, a volte quasi lapalissiano, ma anche molto profondo. L’abile generale deve essere rapido, ma anche paziente, deve lanciare attacchi devastanti, ma anche saper restare fermo e trincerarsi in attesa di un nemico. Non esistono strategie valide per ogni luogo e tempo, non esiste una tattica privilegiata: il generale deve attaccare e difendere al momento giusto, analizzando la situazione nell’hic et nunc della battaglia in corso. Il generale (o uomo) vittorioso nella guerra (o nella vita) è quello che sa cambiare strategia, che si adatta alla situazione senza usare schemi a priori, è colui che segue la forma dell’acqua, senza forma, adattabile, imprendibile, ma estremamente potente quando raggiunge l’apice della sua energia potenziale e viene rilasciata al momento giusto. Alla base di questa regola aurea vi è la conoscenza, la conoscenza di sé stessi e del nemico, nonché la conoscenza della situazione. Chi si getta nella mischia senza conoscere se stesso o la situazione alla quale va incontro è perduto. Ma la conclusione più interessante, che letta su un testo di questo genere può spiazzare, è che non esiste vittoria migliore di quella che lascia intatto il nemico.

Quest’opera, nonostante la sua antichità, è in grado di rivelarsi ancora valida, tanto che i creatori di grandi manuali militari si sono ispirati proprio a essa, da Lawrence d’Arabia ai generali vietcong che hanno fatto il buono e il cattivo tempo nelle giungle del Vietnam. Ma è importante anche al di fuori del mondo militare. Diversamente da una visione scissa, tipica della cultura europea, l’opera non è alimentata dai settorialismi che potremmo trovare in un manoscritto omologo occidentale. E’ un opera valida per la vita militare, ma anche per comprendere meglio la vita in generale, una maniera per comprendere meglio le relazioni, gli stili di vita, il modo di vedere se stessi.

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