Ishtar 2. Cronache dal mio risveglio - Antonia Arslan

di Mara Marantonio - 30-03-2011 

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La vita può riservarci infinite sorprese ad ogni angolo. Da un istante all’altro, il tuo quotidiano può essere sconvolto da fatti imprevisti ed imprevedibili: un terremoto, uno tsunami esistenziale, per usare termini di drammatica attualità. Poco dopo la pubblicazione del suo secondo romanzo, "La strada di Smirne" (il primo, "La Masseria delle allodole", le era valso il Premio Campiello 2004) Antonia Arslan, scrittrice di origine armena, viene ricoverata, la notte tra il 12 e il 13 aprile 2009, al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Padova, con lancinanti dolori alla schiena. La diagnosi giunge veloce: shock settico da calcolosi renale. I medici, consci del grave pericolo, la trasportano nel Reparto di Rianimazione, chiamato Istar 2, e la mettono in “coma farmacologico”. La ripresa avviene dopo molti giorni; seguono il ricovero in Urologia, dove, qualche tempo dopo, le viene asportato il calcolo all’origine di tanto dolore. Una volta dimessa, segue una lunga e paziente convalescenza, poi il riacquisto della salute.

Di recente (2010), la scrittrice ha pubblicato con Rizzoli una sorta di diario di questa drammatica esperienza in un libretto simile ad un quaderno di scuola con, in copertina, un paio di rose rosse come possono apparire a chi ha la vista vagamente offuscata. Ho letto il libretto e ne sono rimasta affascinata perché non è facile raccontare con tanta efficacia espressiva e coinvolgente quei giorni di (forse solo apparente) incoscienza, in un luogo, Istar 2 (cioè l’Unità di Terapia Intensiva dell’Istituto di Anestesia e Rianimazione dell’Università di Padova), la cui denominazione è, per magica coincidenza, l’italianizzazione di Ishtar, la Dea del Pantheon assiro. Ishtar ha un carattere duplice: dispensa la vita, ma ne è pure la distruttrice. Dea della Luna: quando è crescente, tutte le cose si sviluppano, quando è calante, pare che muoiano. Ma ciò non è definitivo, perché la luna crescente torna di nuovo, l’oscurità cede di fronte alla luce. E così sarà per la nostra scrittrice. Il mondo circoscritto dell’ospedale diviene, a seconda dei momenti e degli stati d’animo, un “solitario castello sull’isola, a picco sull’oceano”, in cui si muovono silenziose presenze oppure un giardino dall’erba soffice.

Con una prosa ricca di immagini soffuse, capace di trasportarci in un infinito di cui conosciamo ben poco, potendolo solo intuire, Antonia ci comunica il suo mondo interiore che diventa via via nostro. I ricordi d’infanzia che affiorano….Le scene indimenticabili di ogni giorno in famiglia. Il papà chirurgo, Khayël, che tornava a casa con la cravatta macchiata di sangue, suscitando le ire della mamma perché in sala operatoria non se la toglieva. Alle rimostranze di lei, egli rispondeva col silenzio “aspettando la sua minestra caldissima, con la fetta di pane da intingerci dentro già in mano”. Il desiderio -e l’illusione- di stare già bene cedono spesso di fronte alla consapevolezza dei propri limiti. Allora è piacevole farsi curare ed accudire da mani amiche ed abbandonarsi fino a dormire: immagini di rara poesia, simili a un canto: “Ruscellava una tiepida acqua sulle mie tempie e sul viso….”. Sogno e realtà si mescolano: il dolore, le attenzioni di medici e infermieri, la paura, specie del buio e dell’ignoto, il terrore… di non riuscire più a scrivere. Che fare quando le poche lettere che riesci a tracciare escono sghembe ed oscillanti e scivolano “giù per la pagina” senza che sia possibile fermarle? All’improvviso le tornano in mente dei versi. Ad essi si aggrappa: sono l’incipit della smagliante preghiera di Dante alla Vergine, nel canto trentatreesimo del Paradiso. Quei versi gliene fanno rammentare altri ed ella si ritrova in un “Medioevo limpido e colorato”, vissuto diversi anni prima, in luglio, a Cluny. Momenti di gioia lucente. Ancora, angoscia e forte rimorso per non essere riuscita a salvare chi si era prodigata tanto per lei. Ma era solo un incubo, presto svanito. Poi pian piano…Le persone più vicine una notte le portano un pezzo di torta e un caffè, illuminati da una candelina. Da tale gesto ella intuisce che il peggio è passato: all’indomani verrà trasferita in Urologia, nell’attesa dell’intervento chirurgico risanatore.

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