Foto dal finestrino di Ettore Sottsass

di Paolo Trucillo, scrittore - 22-02-2010  

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Mettere assieme parole a volte ha un senso, altre volte no. In molte occasioni, invece, sono le immagini a parlare, figure e situazioni di vita che non hanno neanche bisogno di essere commentate. L’immagine costituisce una forma di comunicazione alternativa alla parola, ma quando essa diventa complementare a una prosa scorrevole può dare dei risultati molto soddisfacenti e, perché no, suscitare pure delle emozioni.

Fare foto dal finestrino non significa soltanto viaggiare in treno o in macchina ed essere pronti con la macchina fotografica a catturare immagini. Non è soltanto rubare fugacemente la vita estranea al mezzo di trasporto. È molto di più: voler documentare il proprio viaggio per poter poi condividere con qualcuno i ricordi.

È anche il camminare per le strade di una città italiana e incantarsi di fronte alla semplicità di un fiore o di un filo d’erba cresciuto per puro sbaglio fra lo smog e l’asfalto, o magari ai piedi di una colonna. O soffermarsi increduli a guardare il graffito realizzato sull’asfalto, rimasto intatto malgrado la pioggia. È interrogarsi sul significato di un muro, è emozione di fronte alla fragilità di una baracca, o di centinaia di piccole abitazioni tutte uguali. Non è architettura, come dice l’autore, ma semplice edilizia, quella della gente povera. È rimanere sconcertati dalle immagini di case popolari indiane, le cui mura sono inghiottite da giganteschi cartelloni pubblicitari di multinazionali. È domandarsi quanta gente mangerà domani e quanta rifiuterà il cibo che avrà davanti. A Jaisalmer, città indiana dello stato del Rajasthan, in una qualunque abitazione del centro urbano, viene voglia di fotografare una stanza, più che altro quattro mura, e di accompagnare l’immagine con un pensiero semplice: non è solo un po’ di luce a entrare nella stanza, ma è tutto il cielo che precipita in essa. Una stanza nella quale poter sedere con un amico al tramonto e raccontarsi le storie della propria vita.

Dalla Sicilia a Los Angeles, dall’Iran all’India, ogni viaggio termina con un velo di tristezza: il viaggio di ritorno. E quando il treno si ferma alla stazione, l’autore ritrova i bar, le banche e i negozi, simboli di ricchezza. E ricordando tutta l’umanità che ha lasciato dietro di sé, si domanda per quale tipo di benessere si combattano ancora le guerre.

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