Filosofia della chiacchiera - Andrea Libero Carbone

di Serena Gobbo - 28-10-2011 

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"In quanto uomo, nessun filosofo è dunque in grado di esimersi dall’essere un chiacchierone"

Non bisogna lasciarsi fuorviare da un titolo così accattivante e dal fatto che l’opera consti in tutto di 76 pagine effettive: non è un libro di filosofia che si possa leggere come passatempo. Va studiato, meditato e considerato come un ponte verso altre opere, quelle innumerevoli che l’autore cita a supporto del suo discorso e che spaziano nell’arco di millenni, passando inevitabilmente da Platone e Socrate a Wittgenstein, Nietzsche, Montaigne, ma anche nomi meno conosciuti - almeno per il lettore medio - come Guattari, Deleuze, Blanchot, Sloterdijk, Jankélévitch e molti altri. D’altronde,

“ogni filosofia che dovesse voler riuscire intelligibile a un lettore mediamente capace, che cioè volesse assecondare le sue capacità medie, si ridurrebbe a chiacchiera per sua propria mano, e in questo senso si suiciderebbe”.

Un filosofo contemporaneo si offende dall’accostamento tra filosofia e chiacchiera, ma il confine è più labile di quello che si pensa. Da un lato la filosofia intesa come consapevolezza, disciplina, ricerca della Sapienza, dall’altro il chiacchierone che parla per il piacere di farlo, un “mostro” che rende impossibile la comunicazione. Eppure, Socrate in persona disse di se stesso di essere un chiacchierone:

“che altro nome si dovrebbe dare a uno che, a causa della sua stupidità, tira in lungo e in largo i suoi discorsi, senza farsene una ragione (…)?”.

Socrate non si definiva chiacchierone, eppure i suoi traduttori ci tengono a non farlo comparire come tale, eliminando dai testi tutti gli intercalari degli ascoltatori che avrebbero messo in evidenza il carattere fonologico dei suoi discorsi. Lo stesso Marx, stufo dei discorsi volti a interpretare la realtà, ad un certo punto sembra dire “basta chiacchiere!”, è arrivato il momento di cambiare il mondo. Ci sono dei punti di contatto importanti tra i due concetti. Anche la chiacchiera attiene all’interpretazione del quotidiano e a modo suo ricerca la Verità. Dall’altro versante, spesso la filosofia decade in monologhi che impediscono il dialogo, come fa il chiacchierone che parla in continuazione. Entrambe sembrano godere di una posizione a sé nel mondo degli affari e dei soldi, lontane dalla concretezza della vita quotidiana, non a caso la filosofia è considerata come un lusso, un’occupazione che può svolgere solo colui che è libero da preoccupazioni materiali. Emblematico è l’esempio di Talete che cade nel pozzo perché è distratto dalle sue speculazioni: sintomo purtroppo di una concezione della filosofia come astratta dalla vita.

Intelligente la scelta dell’autore di presentare l’opera in un unico blocco, senza paragrafi né capitoli, come se si trattasse di un unico discorso, proprio il monologo di un chiacchierone, che non lascia al lettore il tempo di pensare o ribattere. Un modo anche visivo per instillare il carattere essenziale della filosofia, il Dubbio, che Carbone sembra rivolgere anche contro se stesso, forse chiedendosi: ma se la filosofia è la ricerca della Verità e solo della Verità, le parole, siano anche le parole scritte di questo libro, diventano superflue?

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