Felicità in questo mondo. Un percorso alla scoperta del buddismo e della Soka Gakkai

di Barbara Bianchini - 31-01-2012 

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Il Buddismo proposto da Nichiren Daishonin nel Giappone del XIII secolo pone l’essenza di questa dottrina nella frase Nam myoho renge kyo. Attraverso la recitazione, mediante il suono prodotto, chiunque può entrare in armonia con la Legge dell’Universo, basata sulla relazione di causa-effetto. Certo, le obiezioni possono essere molteplici: perché questa frase e non un’altra; in che modo funziona; che cosa attiva e quali possono essere gli effetti concreti. La ricchezza contenuta nel libricino Felicità in questo mondo. Un percorso alla scoperta del buddismo e della Soka Gakkai risiede proprio nella capacità di soddisfare le menti razionali che approcciano con scetticismo ad una simile lettura.

“Spesso però l’approccio razionale trae in inganno: tendiamo a pensare che una cosa non esista (o non abbia un effetto concreto su di noi) solo perché non riusciamo a vederla o comprenderla razionalmente. Eppure la vita di tutti i giorni è piena di esempi che smentiscono ciò. Una calamita attrae il metallo anche se non vediamo il campo magnetico che la circonda e non conosciamo le leggi del magnetismo.”

Ci sono leggi che funzionano indipendentemente dalla nostra mente e dalla nostra capacità di comprenderne il significato. Il Buddismo proposto da Nichiren si occupa di far emergere il potenziale presente in ogni essere umano. Ciascuno di noi possiede un Karma personale; da ciò consegue che siamo padroni del nostro destino in quanto, ogni azione che compiamo produce una reazione, che può essere immediata o più o meno lontana nel tempo.

“Il fatto che tutte le cause della sofferenza sono dentro di noi significa che non può esistere una sofferenza più grande delle nostre potenzialità.”

È in noi stessi, quindi, che dobbiamo cercare la soluzione ai problemi o disagi che ci si presentano. La felicità a cui aspirare, in quest’ottica è una felicità assoluta, che non proviene dall’esterno, ma che risiede in ognuno di noi. La bellezza di questa pratica buddista è la volontà di rendere ogni persona responsabile per se stessa. Non c’è un Dio da venerare o un fato benevolo o infausto in cui credere; non esistono “figli di un Dio minore”, esistono solo persone più o meno capaci di agire, facendo ricorso al potenziale umano che gli appartiene.

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