Cecità di José Saramago

di Valerio Salieri - 21-09-2009  

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"Cecità" esce in Italia nel 1995 e il suo artefice è il noto scrittore portoghese José Saramago, Premio Nobel per la letteratura 1998. Questo romanzo è considerato uno dei suoi capolavori, forse "Il capolavoro" (per antonomasia), culmine della sua carriera letteraria e artistica. Come spesso avviene nei suoi romanzi, Saramago decide volontariamente di non specificare il nome dei personaggi, che si riconoscono da caratteristiche fisiche, sociali o personali (il vecchio dalla benda nera, la ragazza dagli occhiali scuri). Sono uomini e il nome che li identifica è quello che a loro è stato dato, non quello che, effettivamente, sono o, in senso pirandelliano, rappresentano. Nelle opere il maestro preferisce talvolta tacere i luoghi e i tempi della vicenda, come si verifica in questo caso, sebbene sia possibile intuirli dalle circostanze in cui le persone vivono e si muovono, talvolta come fossero attori teatrali sul palcoscenico della loro vita.

In un paese senza nome e senza aspetto, un uomo avverte un mal bianco agli occhi: non ha lesioni alla cornea, all’iride, alla pupilla, alla retina o al cristallino, eppure un giorno mentre è fermo a un semaforo si accorge che non vede, è cieco. Sembrerebbe uno strano caso individuale, ma nel corso di un breve lasso di tempo si ammalano anche il dottore che l’ha visitato e i pazienti nella sala d’aspetto con il contagiato e, dopo l’allarme generale, vengono tutti rinchiusi in un ex manicomio. Solo la moglie del medico è immune all’epidemia, ma, nonostante ciò, si finge cieca e va con il marito. Ma non saranno i soli: ben presto altri malati si aggiungeranno ai pochi, e in un periodo graduale, scandito dalla fame e dai bisogni fisiologici, tutta la popolazione risentirà del contagio. Nel manicomio, gli internati scoprono il lato buio della società, l’abbandono, la ferocia, l’indifferenza, e che hanno un senso esclusivamente perché il mondo lo attribuisce loro, nient’altro. Nelle mura della loro improvvisata prigione, emergono alcuni veri e propri dittatori, prendono il potere e stabiliscono una diseguale distribuzione del cibo, che sfocia in stupri generali e, infine, all’incendio della struttura con conseguente fuga dei ciechi. Ma anche nel mondo libero, là fuori, l’esistenza è difficile, perché si ritrovano oppressi dalla propria menomazione. Ed è proprio questa mancanza che, nel complesso, rivela luci nascoste nell’ombra del dubbio, portandoli a considerazioni filosofiche di carattere esistenziale. Così come era improvvisamente comparsa, alla fine la cecità scompare, e lascia sgomenti quelli che, poco prima, si vedevano servi di una realtà bianca come il latte. Lentamente ricostruiscono il mondo che prima esisteva, distrutto da uno nuovo conformato alla loro malattia. E ora, che hanno esperienze di vita notevoli, affermano con certezza che essi sono sempre stati ciechi, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono.

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