Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini Fabrizio Gatti

Recensione di Argeta Brozi, scrittrice - 16-01-2009 

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Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini Fabrizio Gatti

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C’è di peggio alla morte. C’è una vita di stenti. Di elemosina. Di fatica a scaricare camion o a selezionare rifiuti nelle discariche e rivenderli per pochi spiccioli. C’è il pianto affamato dei figli più piccoli, tutti i giorni e tutte le notti. C’è l’immagine portata dai viaggiatori, dai giornali, dai radiocronisti dei programmi internazionali della Bbc che rivela l’esistenza di un mondo ricco e irraggiungibile. "Eppure a Ousmane basterebbero meno di cinquemila euro per una macchina usata e malmessa. Cinquemila euro per salvare Ousmane dalla povertà e impedirgli di entrare nella roulette che porta in Europa." I soldi che per un Europeo sembrano pochi, per un povero sono la sua salvezza, ricchezza. Ma la gente che sta bene è impegnata a lamentarsi, mentre chi sta male davvero si accontenta di quello che ha e ringrazia Dio anche di quello che non ha. E la gente si chiede ancora che cosa spinge qualcuno a fuggire dalla propria terra... Non è la ricchezza quella che cercano, ma un lavoro che non li faccia morire di fame, come capita nel loro paese. Ecco l’intento dello scrittore e giornalista Fabrizio Gatti: mostrare a chi parla senza conoscere la realtà della gente povera, che parte senza niente verso un futuro migliore, così credono. E invece la strada è piena di insidie e non sempre si arriva vivi alla fine.

Fabrizio Gatti si mette nei panni di un clandestino, trasformandosi in Bilal e racconta il dramma sconvolgente di chi si mette in marcia dal sud del mondo per conquistare una vita migliore al di là del mediterraneo. Fabrizio Gatti ha attraversato il Sahara sugli stessi camion che trasportano clandestini, si è fatto arrestare come immigrato clandestino vivendo sulla propria pelle l’osceno trattamento riservato agli immigrati nei centri di permanenza temporanea. Questo libro suscita maggiore stupore perchè Bilal è una storia vera. E’ sbagliato pensare che se uno è povero, abbia il diritto di rubare. Vuol dire considerare ladri tutti i poveri. "Io, Mohamed, non sono un ladro. Se io a New York avessi rubato, ora forse sarei ricco. Invece sono povero, sono ritornato in Africa, ma resto un uomo libero." Fabrizio Gatti vuole cogliere l’essenza della povertà che molti di noi non conoscono o non vogliono vedere: "Un bimbo raccoglie dal pavimento una buccia di banana. Nascosto tra le pieghe, c’è ancora un moncone annerito di polpa. Lui si siede sul sedile e lo mangia lentamente, tenendolo delicatamente tra le sue piccole dita." E ci riesce benissimo.

L’autrice di questa recensione è una scrittrice emergente: clicca sul suo nome per conoscerla meglio!

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