Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata - Serge Latouche

Recensione di - 27-03-2013
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Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata - Serge Latouche

Ehi, dico a voi! C’è ancora vita sul pianeta Terra? Vita “pensante”, intendo, capace di rivendicare autonomia di azione, chiamarsi fuori dal gregge globale, sottrarsi al disegno capitalista - produzione illimitata e iper-consumo - che di fatto ha reificato il pianeta (e i suoi abitanti) a limone da spremere fino all’ultima goccia? Se ancora vi è rimasto un barlume di energia (r)esistenziale, fatevi un favore: correte alla libreria più vicina e comprate questo imperdibile “Usa e getta”, il saggio che l’economista Serge Latouche dedica, per Bollati Boringhieri, alle “follie dell’obsolescenza programmata”. Poi, se mi posso ancora permettere: piantatela, per una volta, coi romanzi, perché dal “consumo” di saggi come questo si può emergere con coscienze nuove di zecca, disalienati, decisi a lottare per il diritto a esistenze più normali (come quelle di quando per proteggere i gomiti dei maglioni ci si mettevano le toppe, e le scarpe te le riparava il calzolaio). Volete mettere?

Con la vis e l’acume che ne caratterizzano l’analisi, Latouche qui torna a svelarci l’ennesima faccia oscena del “sistema” produttivo, la sua autentica arma segreta, che va sotto il nome di obsolescenza programmata. Volgarizzo/sintetizzo, per arrivare a tutti: la locuzione sta a indicare la durata stabilita “a priori” di un prodotto (meglio se tecnologico, computer, cellulare o lavastoviglie che sia), la scadenza programmata che ne circoscrive la durata e/o la resa nel tempo. In parole ulteriormente semplici: dopo i due o tre anni coperti dalla garanzia, fine della storia: l’elettrodomestico o il gadget tecnologico si inceppa e si butta via: nessuno che te lo ripari e nella remota eventualità i “pezzi” di ricambio non si trovano o costano più del prodotto nuovo di zecca. Diventa dunque un cane che si morde la coda, un percorso obbligatorio al consumo cui riesce difficile sottrarsi, anche per il più battagliero aderente alla causa della decrescita (come fai se dopo un tot di copie stabilite a monte dall’industria, la tua stampante va in tilt e a te serve per lavorare? Ne acquisti subito una nuova, no?). E’ il così detto “modello Detroit” allargato al resto delle merci: pubblicità massiccia e ogni due o tre anni l’acquisto di un prototipo nuovo. Scrive benissimo, a pagina 31, Serge Latouche:

“Con l’obsolescenza programmata, la società della crescita ha in mano l’arma assoluta del consumismo. Si può resistere alla pubblicità, rifiutarsi di contrarre un prestito, ma si è disarmati di fronte al deperimento tecnico dei prodotti. In capo a periodi sempre più brevi, macchine e attrezzature diventate protesi indispensabili del nostro corpo, dalle lampadine agli occhiali, si guastano per la rottura intenzionale di un elemento”.


Insomma ci siamo dentro tutti e fino al collo. Ancora con le parole di Latouche:

“La nostra società ha legato il suo destino a un’organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata. Che lo vogliamo o no, siamo condannati a produrre e a consumare sempre di più.”

Come ogni strategia di coercizione subliminale che si rispetti anche quella dell’obsolescenza programmata (volano del consumismo più sfrenato) vanta genesi remote e (naturalmente) americane - già nel 1872 gli Stati Uniti producono 150 milioni di colli e polsini non lavabili, poi toccherà ai kleenex, agli orologi da taschino da un dollaro e via di questo passo -, attinge alle nostre attitudini genetiche (siamo a nostra volta programmati per scadere, e per desiderare) e ha ricadute pesantissime sul pianeta (dove credete si smaltisca tutta la cianfrusaglia dismessa prematuramente? Nei paesi del così detto terzo mondo, sai che novità!). Non fossimo obnubilati dalle sirene spendi&spandi dei new media, ci sarebbe di che sentirsi degradati, restituendo al mittente (con tanto di interessi) le pietre dello scandalo.

Il mio appello finale sarebbe quello di darci una regolata di gruppo, mandare a memoria le pagine di questo saggio salvifico/necessario e iniziare proprio dalla sua pars costruens (dai suoi diversi “che fare?”) per prendere coscienza, dimettersi dalla catena di montaggio planetaria (produci-consuma-muori) cui siamo diventati ingranaggio, malgré nous.

© Riproduzione riservata

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