Una lama di luce - Andrea Camilleri

Recensione di Alessandra Stoppini - 12-06-2012 

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Una lama di luce - Andrea Camilleri

“Le luci! Il lampo di luci!” è l’indizio che mette sulla strada giusta il commissario Montalbano, quella “lama di luci che l’aveva pigliato nell’occhi” necessaria per venire a capo di una serie di episodi inquietanti che s’intrecciano nel ventinovesimo episodio della saga del poliziotto di Vigàta.

“Si susì, raprì la finestra. Il cielo per metà era ancora cilestre, ma l’autra mità stava cangiando colori, tirava al grigio per via di ’na coperta di nuvole uniformi e chiatte che vinivano dal mare”. L’umore meteoropatico di Salvo era simile al cielo anche a causa di un sogno “tradimintoso” che lo aveva “’mpressionato assà”. Un sogno “’ngamnnatori” giacché “ogni particolari, ogni dittaglio sunno prisintati in modo tali da d’aumentari il senso di realtà”.

Lo squillo del telefono aveva interrotto la doccia di Montalbano, Fazio comunicava al commissario che il ministro dell’Interno era in procinto di visitare il centro di accoglienza di Vigàta saturo d’immigrati dopo l’ultimo sbarco di clandestini. Una “grannissima rottura di cabasisi” per Montalbano da sempre refrattario a incontrare i vertici della pubblica autorità. Non restava che accusare una malattia di circostanza: “sugno corcato con la ’nfruenza e mi scuso per l’assenza. E con molta osservanza mi gratto la panza”. In questo giorno dedicato all’Illustrissimo Ministro che all’ultimo momento “aveva cangiato idea e sinni era ripartito per Roma senza passari da Vigàta” perché aveva saputo della violenta protesta che gli immigrati avevano organizzato, Salvo aveva deciso di visitare “la prima galleria d’arti che si rapriva a Vigàta”.

Tra i dipinti esposti, opere di Donghi (tra le quali forse la stessa che si trova sulla copertina del volume, una lineare figura di Giovinetta 1931), di Guttuso, di Pirandello e di Morandi. Il capolavoro era però rappresentato da Mariangela De Rosa (Marian) la proprietaria della galleria “’na quarantina aliganti, vistito a tubino, bedda, àvuta, gamme slanciate, occhi granni, zigomi rilevati, capilli longhi e nivuri come l’inca”. Un’apparizione per Montalbano travolto come un ciclone dalla donna, un coup de foudre dalle inevitabili conseguenze. La solitudine di un uomo non più giovane, la lontananza da Livia da tempo diventata solo una voce ascoltata attraverso il telefono e la passione per Marian che non era stata solo l’avventura di una notte. Tutte questioni importanti da affrontare, perché la liaison tra l’insicuro commissario e la gallerista “annava pigliata di petto”.

Mentre nei sogni premonitori del commissario Catarella discetta in lingua latina e un tabbuto “è occupato da un catafero di morto”, la realtà vigatese è fatta di una presunta violenza sessuale e di un traffico d’armi, della solita “ammazzatina” e dei dubbi di Salvo stretto tra il lavoro e i dilemmi sentimentali. Come sarebbe stata la tua vita Montalbano se avessi sposato la tua storica fidanzata Livia e avessi adottato Francois?

Una riflessione che Camilleri non a caso pone proprio in questo romanzo che conferma l’estrema bravura dello scrittore orgoglio e vanto nazionale tradotto in oltre trenta paesi. “Montalbano è un lungo ritratto di mio padre, come ha scoperto mia moglie, io non me ne ero accorto... ” ha ripetuto più volte Camilleri. Tranquilli affezionati lettori, “Montalbano non muore e non va in pensione”. Parola del suo autore. “La matinata, sin dalla prim’alba, si era si era addimostrata volubili e capricciosa”.

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