Sono comuni le cose degli amici di Matteo Nucci

di Elisabetta Bolondi - 23-11-2009 

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L’appuntamento - Il libro sarà presentato a Roma martedì 24 novembre alle 20:30 all’ESC, atelier autogestito (via dei Volsci, 159). Presentazione a cura di Gabriele Pedullà ed Emanuele Trevi. Letture di Maya Sansa e Elio Germano. Al termine, appuntamento con l’amatriciana!

Recensione - "Uno degli esordi più attesi dell’anno" recita la fascetta che il critico Gabriele Pedullà ha scritto per questo romanzo di formazione che racconta un doloroso, intenso, a volte drammatico percorso di crescita. Matteo Nucci, autore non ancora quarantenne, studioso di cultura classica, filosofo, viaggiatore, alla sua prima prova narrativa di grande respiro mostra una padronanza della struttura narrativa e della capacità di costruire un testo complesso davvero notevole.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali, con un uso sapiente dell’allitterazione, descrive tre momenti successivi del cammino interiore del protagonista: veglia, vento, volto. La prima parte si riferisce alla veglia al padre di Lorenzo, Leonardo, morto improvvisamente nella casa che la famiglia possiede fuori città: compaiono i personaggi che compongono lo scenario domestico, la sorella Martina, l’anziana domestica Irma, lo zio, l’ex moglie Carolina, alcuni amici cari. Restano sullo sfondo altre due donne (la madre di Lorenzo, Giovanna, e la sua attuale compagna, Sara), che incontreremo più tardi. Ci sono pochi avvenimenti nelle pagine del romanzo, tutto avviene nella testa e nelle relazioni presenti e passate di Lorenzo; la sua angoscia che lo vede spaventato di assomigliare a suo padre, proverbiale tombeur de femmes, gaudente, pieno di compagni di baldorie, ma poi tristemente solo nella chiesa dove si svolge il suo funerale; i suoi irrisolti rapporti con le donne della sua vita: la prima moglie Carolina, la compagna Sara che gli è costata il tradimento al suo più caro amico, Marco, che non lo può perdonare. Sembra che le uniche figure positive per Lorenzo siano legate all’infanzia: Irma, che nella turbolenta vita familiare è stata un elemento di continuità e di equilibrio insieme a sua madre, Giovanna, che sembra aver fatto pace con la storia di tradimenti a cui il padre di Lorenzo e Martina l’aveva sottoposta.

Un interno borghese, quello che Matteo Nucci ci racconta, fatto di cucine dove si consumano pasti ricchi di cura quasi maniacale per ingredienti e riti consolidati: i biscotti di Irma, il tè, lo sminuzzamento del prezzemolo, la cottura del polpo, somigliano ad azioni simboliche che rimandano a ritualità memoriali di sapore proustiano. Ed è curatissima anche la forma espressiva: la ricerca di termini precisi per elencare fiori, piante, rampicanti che sembrano far parte del paesaggio interiore del narratore, come pure il mare della Grecia, quello di Anzio, del Circeo, che ne accompagnano le crisi, i momenti di tristezza, di commozione, di rimpianto. Un libro mai sentimentale, anche se pieno di sentimenti spesso solo accennati: l’amicizia, l’amore, la famiglia, la città, le isole greche, la cultura sono le cose che contano davvero e che nel romanzo trovano un’efficace sintesi narrativa.

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