Shakespeare non l’ha mai fatto - Charles Bukowski

di Nicoletta Stecconi - 27-09-2011 

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Shakespeare non l’ha mai fatto (probabilmente no), ma il vecchio Buk invece sì! E parliamo di un viaggio fatto nel 1978 nel vecchio continente da uno scrittore e poeta naturalizzato americano proveniente da una patria nella quale non è ancora, e forse non lo sarà mai, conosciuto e apprezzato come in Europa.

Con gli occhi di Chinaski, arrossati dal poco sonno e dalle sbronze frequenti, ci accingiamo a conoscere Parigi e Nizza e poi la provincia tedesca che gli ha dato i natali, ma non nelle loro caratteristiche geografiche bensì in quelle umane: gli amici artisti che lo accolgono, i parenti di Linda (la sua donna), il vecchio zio tedesco e l’accoglienza di un pubblico che ama i suoi scritti nonostante l’autore non si risparmi in comportamenti detestabili. Un diario di viaggio, dunque, all’apparenza dai connotati banali, ma in realtà un aneddoto di vita dove il vecchio Chinaski non fa che stupirci ancora con le sue tanto genuine quanto maledette rivelazioni sul senso dell’esistenza (che per lui non ha quasi senso!), sulla morte e sull’amicizia. Un’ironica visione sull’immortalità dell’arte mescolata a quella congenita urgenza di un uomo che, già in tarda età, ha deciso di mollare un lavoro sicuro e dedicarsi a fare lo scrittore a tempo pieno, anche a costo di morire di fame, nella consapevolezza che la scrittura è quell’arte clandestina che circola nelle sue vene, insieme ai litri di alcool che lo accomunano ai diseredati del pianeta. E proprio quella scrittura, di un uomo che non fa i conti con il quotidiano ma esclusivamente con se stesso, arriva dritta al cuore del lettore con la semplicità delle cose note, narrate con un anticonformismo quasi grottesco che fa di questa originale esistenza una sfida alle regole sociali. Il viaggio si srotola tra reading, presentazioni televisive e cene durante le quali Bukowski non fa nulla per accattivarsi il suo pubblico. È questa la forza straordinaria di questo autore: quella di presentarsi al mondo semplicemente per quello che è, mai rinnegando le proprie debolezze e senza la minima ipocrisia. Che amino le sue poesie e le parole schiette usate per narrare il mondo - che non è certo rosa e fiori - e non la sua persona così piena di vizi ed estrosi libertinaggi. (Ma quando la poesia e la prosa sono così sanguigne, come si fa a non amare anche il loro autore, per debosciato che sia?)

Durante tutta la durata del viaggio, serpeggia nell’anima stravolta del vecchio Buk la sottile nostalgia della propria terra, l’America, patria delle contraddizioni, dove giocare alle corse dei cavalli è un atto quasi eroico, e dove nella sua vecchia e fumosa stanza la sua affezionata macchina da scrivere è pronta ad accogliere il flusso delle sue elucubrazioni. Pensieri dannati e sublimi che non seguono alcuna regola né stile, ma sgorgano in quella vocazione innata, propria di ogni poeta, atta a trasformare in letteratura le maledette autenticità della vita.

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