Scene dalla vita di un villaggio di Amos Oz

di Mara Marantonio - 26-03-2010 

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Grande, grandissimo Amos Oz. Il suo ultimo romanzo, Scene dalla vita di un villaggio, appena uscito in Italia da Feltrinelli con la sapiente traduzione di Elena Loewenthal, ci conduce in un mondo che ti pare assurdo, dalle domande senza risposta.

La narrazione si snoda lungo otto magistrali racconti (alcuni narrati in prima persona), che si svolgono in un immaginario villaggio chiamato Tel Ilan, dipinti con quella profondità psicologica ben conosciuta dai lettori, dove i protagonisti di una storia talora fanno capolino in un’altra; abile accorgimento dell’Autore per consentirci di approfondire la loro conoscenza, grazie ad un certo particolare fisico o ad un pensiero espresso, magari lasciando una frase a metà. Nell’atmosfera solo in apparenza bucolica diventiamo partecipi di tragici, quanto inspiegabili, episodi, ci confrontiamo con indecifrabili presenze, ci interroghiamo su sparizioni o attese, non soddisfatte, di eventi o di persone. Certo che mai come leggendo queste pagine mi è venuta alla mente la frase che William Shakespeare mette in bocca al suo Amleto: “Ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, che non ne sogni la tua filosofia”. Ogni storia raccontata affonda le proprie radici in una ferita, magari rimossa dalla coscienza, suscettibile però di riprendere a sanguinare all’improvviso, quando meno te lo aspetti. In ogni caso la cicatrice non è mai scomparsa.

Il romanzo, adatto anche ad una riduzione teatrale per il suo incentrarsi su caratteri e temperamenti, ci trasmette assai più di quanto il titolo -neutro, ritengo volutamente- lascerebbe supporre. Ringrazio tra me e me l’Autore -pure spesso piuttosto critico nei confronti della politica attuata dal Governo del suo Paese- perché, in un’intervista rilasciata al quotidiano Ha’aretz, ha dichiarato che, nell’ambientazione dell’opera, non è affatto adombrato Israele, come, immagino, sarebbe portato a fare un certo numero di lettori. Oz si riferisce in particolare all’ultimo racconto, in cui è descritto un luogo malsano e paludoso, dominato dalla morte, in cui ogni opportunità positiva è lasciata cadere.

Protagonista è piuttosto l’universale fatica del vivere quotidiano, la consapevolezza di come, a causa delle, sovente imprevedibili, vicissitudini che ci sovrastano, la speranza di una vita nuova possa a volte scomparire in un attimo. Non sempre accade ciò, ma è necessario metterlo in conto. E poi c’è il mistero dell’esistenza, spesso impastato con l’assurdo. Amos Oz ci dona un sorprendente affresco di vita vissuta, stupendo proprio perché striato di mille e mille incongruità. D’altronde, come afferma un illustre studioso, la bellezza non è forse un’armonia sull’orlo del caos?

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