Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia

di Elisabetta Bolondi - 12-01-2010 

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Bari, 1984: il luogo e l’anno da cui parte il romanzo di iniziazione di Nicola Lagioia, un libro dal forte impatto emotivo, che mi ha catturato sin dalle prime pagine. La storia raccontata in prima persona è la crescita in anni difficili del quindicenne protagonista: figlio di un piccolo rappresentante di biancheria da corredo e di una casalinga piccolo borghese, il ragazzo nei sogni dei genitori dovrebbe studiare in una prestigiosa scuola straniera, ma invece le circostanze lo pongono in una classe del locale liceo Baronio, dove incontrerà compagni diversi, due dei quali cambieranno la sua vita, Vincenzo e Giuseppe. I due ragazzi, diversissimi, rappresentano agli occhi del giovane narratore due poli opposti della vicenda che si svolge in quegli anni a Bari. Vicenzo è figlio dell’avvocato Lombardi, titolare dello studio legale più famoso della città; ma Vincenzo, bello e autorevole, ostenta legato al braccio un fiocco nero, che rappresenta in modo vistoso il lutto che ha subito poco tempo prima, allorchè sua madre è morta in un incidente d’auto. Il padre, dopo pochissimo, si è innamorato di una vistosa arrampicatrice, la venticinquenne Sabrina, da cui l’odio che il ragazzo nutre per suo padre. Giuseppe, invece, dia capelli rossi e dal fisico abbondante, è il ricchissimo figlio di un carpentiere che ha fatto una incredibile fortuna economica. Privo di cultura e di stile, il ragazzo ostenta la sua pacchiana ricchezza con gli amici ai quali elargisce doni, compagnia, droga, finto benessere. Presto il mondo dentro il quale si aggirano questi adolescenti mostra il suo vero drammatico volto: connivenze con la criminalità organizzata che sta compiendo la sua escalation in città mettono a rischio gli adulti genitori dei nostri protagonisti e i ragazzi stessi che finiscono nel tunnel della droga, della violenza in una periferia barese, il quartiere di Japigia, che Lagioia ci sdescrive come un Bronx nostrano, più triste e squallido delle omologhe periferie americane.

Lo scrittore usa un linguaggio ricco di metafore, di figure retoriche che sparge con abilità nella narrazione, rendendola talvolta troppo ricca, tante sono le ramificazioni della storia e quindi del registro linguistico che deve sostenerla. Straordinaria la capacità di descrivere interni, arredamenti, oggetti, capi d’abbigliamento, cibi, musiche, stili di comunicazione che ci mettorno con immediatezza di fronte al ricordo degli anni ottanta, del loro malgusto, della voglia di ostentare che sarà interrotta dal clima di ritirata dopo gli scandali di Tangentopoli, e che Lagioia ci fa respirare in ogni pagina del suo romanzo, ricco di suggestioni e pieno di riferimenti ad un’epoca così vicina nel tempo ma così terribilmente lontana nella percezione che ne abbiamo oggi. Costume, linguaggio, politica, società, tutto è raccolto e sintetizzato nella capacità descrittiva di questo libro fortemente evocativo.

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