Riflessioni sulla violenza - Georges Sorel

di Luca Caddeo - 05-01-2011 

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Il verbo fragoroso di Georges Sorel, nella sua incorrotta inattualità, sfuma oramai verso un sonnolento, massificato silenzio. Eppure, a ben guardare, le Rèflexions sur la violence, pubblicate dal filosofo di Cherbourg, per la prima volta, sul Divenire sociale nel 1906, sono ancora una miniera di idee rare quanto l’oro. Il libro s’inserisce nel seno di quel duello ideologico che, all’inizio del secolo ventesimo, contrappone, circa l’interpretazione del pensiero di Marx, il “minimalista” Eduard Bernstein e il “massimalista” Karl Kautsky. Armonizzando l’intuizionismo di Bergson con l’etica aristocratica di Nietzsche, Sorel è convinto, contro gli ortodossi, che la rivoluzione non debba essere intesa come un improrogabile evento destinato ad attuarsi messianicamente a causa delle contraddizioni del capitalismo; la rivoluzione si potrebbe realizzare invece solo tramite la mobilitazione della volontà e della coscienza degli operai organizzati dal sindacato in una lotta di classe che abbia come nemico il borghese e il suo Dominio.

Karl Marx avrebbe rivelato in che modo gli operai siano (dialetticamente) l’ingranaggio maggiormente determinante per il capitalismo, per la sua esistenza come per la sua fine; ma, attraverso il materialismo storico, non sarebbe riuscito a canalizzare, con la dovuta vigoria, l’impeto rivoluzionario dei proletari. Per raggiungere tale scopo epocale servirebbe pertanto l’elaborazione di un mito politico che, sorto dalla corrente storico- vitale, infonda nelle masse quella “sublime” ed eroica abnegazione funzionale alla vittoria finale. Se i marxisti ortodossi sono considerati dogmatici e pedissequi discepoli di Marx, i riformisti, con la loro azione conciliatrice, rinsalderebbero le sovrastrutture dello status quo divenendo più borghesi dei borghesi. Il mezzo adottato dai riformisti sarebbe l’utopia, un prodotto della ragione intellettualistica che si presta ad essere smontato e rimontato a seconda delle circostanze politiche. All’utopia si contrappone il mito dello sciopero generale rivoluzionario di cui indiscusso eroe è il Proletario; figura incurante del benessere economico e sprezzante di qualsiasi riconoscimento borghese, il Proletario è fedele, alla stregua dei primi cristiani, alla propria missione e contrappone alla “forza” di reazione dello Stato la “violenza rivoluzionaria” sicuro che, in certi frangenti storici, questa sia una energia metafisica essenziale alla nascita di una nuova epoca e di una nuova etica.

Secondo Sorel l’uomo inattivo sprofonda per natura nella corruzione morale. La lotta politica ha così, oltre che un fine sociale, anche un valore esistenziale. La costellazione di tali idee rivoluzionarie, alle quali in una breve recensione non si può certo dare giustizia, contempla gli scioperi di fine secolo in Francia e in Italia, l’Affaire Dreyfus e le sue implicazioni politiche, il rovente clima prebellico e, soprattutto, la crescita delle avanguardie di destra e di sinistra che, interpretando le intuizioni di Georges Sorel, trovarono spazio all’interno delle maggiori nazioni europee nei primi quarant’anni del 1900. Non a caso, questo eretico e inattuale discepolo di Nietzsche e di Marx, che, dopo vent’anni di onorata carriera da ingegnere, rinunciò al mestiere e alla dovuta pensione soltanto per scrivere, seppe suggestionare e ispirare fin dal profondo sia il futuro Duce Benito Mussolini che il carismatico artefice della rivoluzione russa Vladimir Lenin.

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