Pixel. La realtà oltre lo schermo dei media

Recensione di Mario Bonanno - 26-05-2012 

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Pixel. La realtà oltre lo schermo dei media

Non per fare gli apocalittici, ma il Big Crunch delle civiltà è adesso e qui. Chi si attendeva lingue di fuoco e giudizi universali da una botta e via, nemmeno se ne accorge, lobotomizzato com’è dal surplus di informazioni liofilizzate (altre invece spettacolarizzate ad hoc): cronache vere, vite (artificiali) in diretta, lettere e cifre da mandare a memoria (account, password, pin), killer e format seriali, gingle, brand, partite dell’anno, connessioni iper-veloci, e via andare, in un elenco infinito.

Per una memoria programmata a funzionare in modo selettivo, l’assalto è capillare, il rischio è il default. Le implicanze sono sfaccettate, inerenti alla stessa ontologia: cosa resta di noi “oltre” i nostri doppi virtuali (“avatar”, altro che gli obsoleti uno, nessuno, centomila)? E cosa della realtà “oltre” lo schermo “fantastico” dei nuovi media? Non fatene un dramma (potete sempre consolarvi con una delle soap in formato talk di Maria De Filippi), ma la linea di demarcazione che ci alienava dal simulato è stata oltrepassata da un pezzo: siamo un pianeta di ologrammi deambulanti (amici immateriali, denaro immateriale, esistenze immateriali), transustanziati in nuova carne catodica, come nel claustrofobico “Videodrome” di David Cronemberg: quando si dice che il cinema è superato dalla realtà.

Sugli elementi del disastro delle società mediatizzate (sulle prognosi, le concause, i risvolti possibili), Luigi Anania e Silverio Novelli hanno confezionato per DeriveApprodi un libro imprescindibile a più voci (psicoterapeuti, giuristi, giornalisti, medici, scrittori, esperti di cinema) chiamate a esprimersi sulle ricadute socio-esistenziali di un tema che è evocato già nel titolo: “Pixel. La realtà oltre lo schermo dei media”. Stando a quando si legge non c’è da stare allegri: il coro è unanime e può sintetizzarsi in un lemma unico, dal sentore di sentenza: alienazione. Anche per ciò “Pixel” si offre, tra le righe, come un saggio politico (più che di costume), un’indagine giornalistico-narrativa sulle necrosi e le strumentalizzazioni del sistema mediatico.

A chi ha giovato, su scala planetaria, la reificazione di massa del genere umano in specie anestetizzata? Dalla culla alla bara neo-umanoidi di superficie, ottusamente concentrati sui consumi, privi di slanci, figuriamoci di futuro, anche (soprattutto) attraverso l’opera pervasiva-persuasiva degli schermi-specchio delle nostre brame, da cui dipendiamo ormai irrimediabilmente. Estrema questio, sulla quale vi inviterei a concentrarvi per più di qualche secondo (se ci riuscite ancora e non siete troppo impegnati a messaggiare/twittare urgentemente, e in tv non sta passando niente di meglio): è davvero nostra l’idea di mondo che ci facciamo attraverso la realtà mediata dall’informazione? Personalmente solo a pensarci mi viene un groppo in gola alla “The Truman Show”. “Pixel” prova a rispondere a tutto questo: l’ho già detto, è un saggio scomodo, speculativo senza pedanteria, indispensabile, che quasi toglie il sonno.

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