Paraventi e magnesio di Andy Violet

di Recensore esterno - 10-08-2010 

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Che non si possa giudicare un libro dalla copertina è forse una regola applicabile solo ai grandi romanzi e ai capolavori indiscussi, ai libri, in sostanza, già giudicati, e ormai indifferenti ad una rilegatura neutra, se non scialba. Per un nuovo autore, soprattutto nel campo minato della poesia, il marketing non consente pavidi ripiegamenti su una classica eleganza minimale, di quelle che ispirano subito rigore e tensione intellettuale, ovvero noia. E’ ciò che pensa l’editore L’Orecchio di Van Gogh, che da tempo ci ha abituato a scelte stilistiche non convenzionali (e il nome scelto per la casa editrice è ampiamente esemplificativo).

Tra gli ultimi esempi di anticonformismo tipografico c’è “Paraventi e magnesio”, raccolta di poesie di Andy Violet, che ha curato anche la copertina, sulla quale è impressa una sua opera fotografica intitolata “Anticaravaggio: ramarro morso da un ragazzo”. Il titolo non nasconde nulla: l’immagine raffigura effettivamente un ragazzo un po’ sadico, un po’ nietzschiano e molto Visitors mentre addenta un verde sauro per la coda. Il riferimento a Nietzsche è confermato dallo stesso autore: “Quando ho elaborato l’immagine, avevo in mente un aneddoto del Zarathustra, quello del serpente che morde la lingua di un ragazzo addormentato: per liberarsi, l’unico modo che il giovane ha è quello di mozzare con i denti la testa del rettile, atto metaforico che simboleggia la nascita di un sé consapevole, il superuomo, per l’appunto, o quello che Freud chiamerebbe Io post-analitico”.

Di psicoanalisi, in effetti, ce n’è molta nella silloge del giovane poeta: una complessa poesia cortese che ha imparato la lezione di Lacan sull’oscuro oggetto del desiderio, e porta fino alle estreme conseguenze un lungo coito interrotto all’ostinata ricerca di qualcosa di incosumabile, eterno, e che sembra trovarlo solo nel gioco delle potenze inattuate e dei ricordi riavvolti e riproiettati. Ciò che accomuna Andy Violet ai personaggi di Nietzsche è questa ricerca del presente: ma se il filosofo approda all’euforia dell’eterno ritorno, il poeta prova orrore anche per quello, e canta l’incastro tra l’ansia edipica del futuro e la noia delle repliche dell’esistenza, forse con la paura (o la speranza?), un giorno, di finire pazzo a parlare con i cavalli.

Recensione di Carlo Canciello

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