Ovunque io sia - Romana Petri

di Alessandra Stoppini - 07-02-2012 

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La luce dell’Atlantico della magica Lisbona illumina le memorabili vicende di tre donne indimenticabili nel libro Ovunque io sia di Romana Petri (Cavallo di Ferro 2008), un romanzo capolavoro di una delle maggiori scrittrici italiane contemporanee. Settant’anni di vita portoghese visti attraverso lo sguardo di Margarida che non rammentava “nemmeno se aveva avuto un padre o una madre”, la tristezza inguaribile di donna Ofelia offesa dalla vita “non ricordava di aver mai fatto progetti, mai un sogno, mai una romanticheria” e l’indomito coraggio di Maria do Ceu dagli occhi “cosmici”.

Romana Petri, che vive tra Roma e Lisbona, rende omaggio alla sua città di adozione adagiata sulla riva Nord del fiume Tago che “splendeva di tante fosforescenze”, alla storia portoghese antico impero coloniale oppresso per molti anni dalla dittatura di Antonio de Oliveira Salazar, terminato con il fiorire della rivoluzione dei Garofani del 1974.

Fernando Pessoa così definiva la capitale lusitana:

“Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole”

e l’autrice, che sente di appartenere a questa città moresca, sembra raccogliere questo pensiero del poeta portoghese ponendo al centro di questa storia generazionale, fatta di dolore ma carica anche di amore, la città con la sua suadade e la sua affascinante decadenza. Il dito puntato verso il Nuovo Mondo oltre il Mar Atlantico della statua dedicata al grande esploratore genovese nella Plaza de Colon, sembra indicare il complesso destino di due famiglie, di uomini e donne che amano e soffrono, cadono e si rialzano, perdono e sbagliano senza arrendersi mai.

“Partiva, per la prima volta in vita sua Maria do Ceu usciva finalmente dal Portogallo, prendeva un aereo, andava lontano da casa per compiere il suo dovere di madre”.

Le volitive figure femminili rappresentano il motore dell’intera epica narrazione, perché “non esiste il non esistere”. La maternità negata di Ofelia, quella ceduta di Margarida e quella generosa di Maria do Ceu, maternità intrecciata con la gioia e la sofferenza sono la vera forza del romanzo il cui nucleo originale proviene da una storia vera. Vita quotidiana di persone semplici, di chi sembra refrattario al mutamento e di chi invece è proteso verso nuovi orizzonti, verso il futuro trasportato dalla dolce brezza atlantica.

Una scrittura realista, nitida e precisa quella dell’autrice, traduttrice e editrice che ricorda quella di Elsa Morante, anche lei magnifica cantastorie dall’esistenza dell’umana gente, che è quella che fa la Storia. Alla fine di questo romanzo, la cui lettura fa comprendere il senso della vita, viene esplicitamente spiegato il significato dell’evocativo titolo. Una frase d’addio quella che Maria do Ceu rivolge a suo figlio Vasco che è un’esortazione alla speranza e all’eternità, giacché l’amore materno “ci resta incollato addosso”, per sempre.

“Se andasse al peggio, non farti ingannare da chi ti dirà che starò meglio, lì dove sarò andata a finire, perché certo, da qualche parte andrò, ma ricordati, ovunque io sia, io continuerò a stare anche qui, e vedrò e saprò quello che farai”.

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