Olive Kitteridge di Elizabeth Strout

di Elisabetta Bolondi - 17-08-2009 

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Vincitore del Premio Pulitzer 2009

Negli Stati Uniti non sembra che i prestigiosi premi letterari suscitino polemiche come avviene da noi: lo scandalo Grinzane o la bagarre intorno all’attribuzione dello Strega sono una caratteristica del nostro piccolo mondo letterario. Il premio Pulitzer vinto da Elizabeth Strout è davvero meritato e il suo è un grande romanzo.

La scrittrice sembra volutamente voler tenere lontano dal suo mondo letterario i luoghi tipici della narrativa americana: la California, la Florida, New York vengono citati come posti lontani, sconosciuti, ostili. Aderendo alla consolidata tradizione della short-story, la Strout colleziona una serie di racconti ambientati nella cittadina di Crosby, nello stato del Maine, proprio sulle sponde dell’Atlantico, che hanno come punto di raccordo e di snodo la personalità di Olive Kitteridge, anziana insegnante di matematica della junior high school della cittadina. Nel microcosmo di Crosby si conoscono praticamente tutti e Olive, moglie del flemmatico Henry, madre dell’unico figlio Christopher, ex insegnante di quasi tutti i ragazzi del paese, è lo specchio in cui le diverse vicende raccontate si intrecciano e si scontrano. Attraverso gli occhi di Olive, la sua severità di bianca protestante, la sua durezza di carattere che incuteva paura ai suoi giovani alunni, veniamo a disegnare con lei un affresco dell’America minore, all’indomani dell’11 settembre, sotto la presidenza Bush. Ecco allora la ragazza che viene abbandonata alla vigilia delle nozze, con la madre che tenta di uccidere il quasi marito; la cantante ormai anziana che dietro i capelli rossi e l’abilità al pianoforte nasconde un’infanzia infelice con una madre che si vendeva agli uomini; la giovane vedova Denise, legata al marito di Olive, Henry, da una passione platonica che non sarà mai davvero vissuta...

Una serie di piccole storie, ma di grande e profonda intensità psicologica, che raccontano la solitudine e l’infelicità che accompagnano fatalmente il passare degli anni, la morte del compagno di vita e soprattutto la difficoltà dei rapporti tra genitori e figli. Le incomprensioni, la consapevolezza di non essersi capiti, l’affetto che non riesce a colmare le differenze di gusti e aspirazioni sono i temi che la Strout è capace di affrontare con coraggio e grande onestà intellettuale. In alcuni momenti della sua prosa, ricca di rimandi e suggestioni, ho ritrovato certi passaggi di Virginia Wolf o addirittura dei racconti di Joyce, soprattutto nelle sorprese improvvise e non scontate che la scrittrice sa offrirci.

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