Nelle terre del silenzio - Paul Broks

di Mario Bonanno - 11-07-2011 

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Fatemi un favore, anzi: fate un favore a voi stessi. Piuttosto che la solita carrettata di (finti) bestseller per le vacanze, quest’estate regalatevi un libro “vero”. Uno di quelli che potete leggere sotto l’ombrellone, salvo poi ripassarvelo - tra una granita e l’altra - al tavolo del chioschetto sul lungomare. “Nelle terre del silenzio” di Paul Broks (Longanesi Editore, 2011) è una lettura che non si dimentica, di cui difficilmente vi pentirete. E’ un viaggio (con non poche divagazioni) dentro e fuori i meandri del cervello; le terre del silenzio annunciate dal sottotitolo sono quelle pertinenti al mistero della mente umana. Però non fatevi illusioni consolatorie, perchè sotto questo aspetto Broks è perentorio:

“All’epoca abbracciavo l’idea che la mente fosse il prodotto del cervello nelle sue interazioni con il mondo fisico e sociale. E sono ancora adesso di quest’idea” (pag. 67)

Chiaro, no? Inutile girarci attorno con le parole: l’elemento immateriale (?) che chiamiamo coscienza altro non sarebbe che una promanazione del cervello. In buona sostanza: quando si spegne la centralina cerebrale diventano guai molto seri anche per la così detta “anima”. E quando dico guai seri ricorro, ovviamente, a un eufemismo. A sostegno di questa tesi - lapalissiana, pure se collettivamente rimossa - il neuropsicologo sciorina un lungo corollario di vicende cliniche che, come nei libri di Oliver Sacks, si leggono - e si gustano - come racconti. C’è quella di Janie, convinta di essere già morta; di Michael che, a causa di una lesione cerebrale, vive senza filtri (né falsi pudori) le proprie emozioni; di Stuart, piombato, invece, in uno stato di indifferenza assoluta verso persone e/o cose che lo circondano. Una nutrita serie di “casi” paradigmatici, per tirare in ballo, di volta in volta, di capitolo in capitolo, esperienza vissuta, neuroscienze, filosofia, e finanche i sogni ipnagogici di Robert Louis Stevenson. Calando sul tavolo della dissertazione gli assi delle domande sul senso del nostro stare al mondo: cosa è davvero la personalità di un individuo? E il suo presunto “sé”? E’ possibile collocarlo altrove che non nel cervello? Un saggio pregnante, piacevole senza essere banale, a cui è difficile resistere, su cui è impossibile non ritornare.

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