Napolide - Erri De Luca

di Lucia Dell’Omo - 29-04-2011 

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“E se non ho il diritto di definirmi apolide, posso definirmi napolide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo“

Queste parole sono sussurrate da Erri De Luca nelle primissime pagine di questo libro che si alimenta di una serie di memorie legate a Napoli. Sono ricordi che prendono corpo via via, in capitoli abbastanza brevi e scorrevoli. Soltanto il primo “ricordo“ è forse quello più ricco di parole e si tratta ovviamente del racconto del viaggio, fatto nel ’68 a diciotto anni, che porta Erri via dalla città, dove ritornerà, in seguito, soltanto per amore. Quando quell’amore dopo poco giungerà a termine, vedrà i suoi occhi lasciare definitivamente ragazza e città

“perché le città coincidono con un amore, si è cittadini per virtù di abbracci e io lo sono stato per un anno. E dopo, nient’altro da toccare”

Erri darà vita ad altre memorie: l’ira del maestro delle elementari, le commedie di Eduardo, il libeccio del modo di Mergellina, il calcio, i vicoli, il ragù. Parole legate a personaggi come Maradona, Totò e Giancarlo Siani. E ancora le voci perfettamente udibili dei racconti a voce alta sentiti nell’infanzia, perché era un’infanzia acustica,” l’udito era l’organo maestro”. Nelle ultime pagine, solo un riflesso allo specchio: l’immagine di un uomo solo, che nella sera si prepara un piatto di pasta e si accorge che è Natale soltanto guardando il suo viso nel vetro della finestra. Un uomo che mangia e beve in solitudine, che prende una chitarra e canta. Un canto appartato che, però, investe l’intera stanza.

"Napolide" è quindi un libro autobiografico e forse anche per questo, mi pare abbia ancora più valore di un semplice “libro”, se così posso dire, perché a leggerlo si ripercorrono passi di una persona colma di anima e di umanità. La penna di Erri De Luca è colta, il suo linguaggio è elegante e ricercato, ma è anche pregno della lingua partenopea, di un dialetto che non snobba, che non tiene alla larga perchè in fondo, è la prima lingua che ha udito, proprio in quei racconti ad alta voce.

Ma i racconti orali cambiano col tempo? No, i racconti orali cambiano il tempo.

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