Memorie del sottosuolo di Fedor Dostoevskij

di Elisa Bonaventura - 08-09-2008 

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Rischia di cadere in errore chi è convinto che il concetto di inconscio sia stato partorito dalla mente geniale del medico austriaco Sigmud Freud. In realtà, circa trent’anni prima della nascita ufficiale della psicoanalisi, uno dei più grandi scrittori russi di tutti i tempi, Fëdor Michajlovic Dostoevskij, nel suo romanzo “Memorie del sottosuolo” (1864), esegue uno scandaglio così preciso dell’animo umano, da ricordare molto le teorie freudiane.

Le Memorie furono scritte in un periodo denso di esperienze drammatiche per l’autore: la militanza in un gruppo di intellettuali socialisti, la condanna a morte commutata all’ultimo momento, la deportazione in Siberia. Ed è proprio questa concreta esperienza autobiografica che ispira Dostoevskij nel ritrarre il protagonista del suo libro: un uomo timido, abietto, senza risorse, protezione e alcun riconoscimento sociale. Egli è in perenne rotta di collisione con la società, che con brutalità lo respinge nel sottosuolo. A dimostrazione di ciò, nella prima parte del libro è presente una pesante critica sociale, volta a confutare gli ideali ottimistici del positivismo, basati sulla fiducia nel progresso scientifico e tecnologico. La scienza e la ragione, secondo l’autore, non potrebbero condurre mai alla società del benessere perché la sofferenza è insita nell’essere umano. All’“anti-eroe” di questo romanzo quindi non resta altro sfogo che tormentare chi occupa una posizione sociale ancora più bassa della sua: Liza, una giovane prostituta alle prime armi. Proprio nell’appassionato dialogo con la ragazza affiora con chiarezza il pensiero fortemente antilluminista di Dostoevskij, che il lettore moderno (erede di quasi quattrocento anni di razionalismo sfrenato) fa fatica non solo a condividere, ma addirittura a comprendere. Nonostante ciò, queste memorie possono essere particolarmente apprezzate da un pubblico di giovanissimi, i quali, spesso tormentati da continue crisi di identità e da dubbi , si identificherebbero nello stato d’animo, oserei dire tipicamente adolescenziale, del protagonista e troverebbero interessante la riflessione sull’eterna dialettica fra l’essere e l’apparire.

Lo stile è propriamente dostoevskiano: energico e colorito, a volte tortuoso, saturo di contenuti e riflessioni. Questo libro potrà avvicinare senza eccessiva fatica tutti coloro che ancora non conoscono questo grande narratore russo alla sua eccezionale opera.

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