4 chiacchiere (contate) con...Mariapia Veladiano

Pubblicato il 21-12-2011 da Matteo Grimaldi, scrittore     

Mariapia Veladiano nasce a Vicenza nel 1960. Insegnante laureata in filosofia e teologia, vince l’edizione 2010 del premio letterario Italo Calvino con il suo romanzo d’esordio poi pubblicato da Einaudi con il titolo ‘La vita accanto’. Il romanzo entra a far parte della cinquina dei finalisti dello Strega e, nella serata di premiazione al Ninfeo di Villa Giulia, Mariapia Veladiano si classifica seconda, dietro al vincitore Edoardo Nesi.

Mariapia, intanto ti do il benvenuto a quella che non sarà la solita intervista chilometrica, ma solo 4 chiacchiere contate.

- Prima chiacchiera: Rebecca, la protagonista del tuo romanzo, vive da esclusa per via della sua bruttezza, espressa da canoni estetici che non rientrano in quella che viene riconosciuta come normalità. Un’adolescenza solitaria, costellata di difficoltà emotive, di fronte alla quali è più facile arrendersi al pianto che reagire, può fare da fondamenta per la costruzione di un carattere forte?

Può, ma non c’è regola su questo. Un’infanzia e un’adolescenza solitaria possono essere devastanti, se poi, anche tardivamente, non si trova lo sguardo che ci riconosce importanti. Rebecca è una bambina che fa l’esperienza di non essere amata e accettata. Questo può capitare ma è sempre male. E se capita poi la salvezza della propria vita viene solo se si trovano persone che sanno risanare le ferite. Bisogna essere padri e madri gli uni per gli altri. Ovvero sempre aver presente che possiamo riconoscere il dolore intorno a noi e risanarlo.

- Seconda chiacchiera: La causa del malessere di Rebecca, oltre che evidentemente in una società sempre più arida, va ricercata nella sua famiglia, incapace di nutrirla di quell’affetto indispensabile per affrontare la vita fuori. Quanto c’è di colpa e quanto di inadeguatezza? L’inadeguatezza può essere considerata una colpa?

La storia di Rebecca incontra colpe e omissioni. Oggi l’omissione è diffusa quanto la colpa. L’omissione è il non fare, il fingere di non vedere e credere che questo in qualche modo ci liberi dalla responsabilità. Ma non è così. Non fare significa lasciare accadere il male. Certo, a volte si è inadeguati. Il padre di Rebecca è inadeguato. Sa quel che dovrebbe fare, conosce la vita e lo dice (è suo l’inno alla vita nel libro: quando dice alla moglie che a volte la vita ci arriva sbrecciata eppure si può ricominciare, se si è insieme), ma non riesce a compiere i gesti giusti, a dire le parole che guariscono. E’ una colpa? Non lo sappiamo. Di sicuro bisogna dire che così non va. Bisogna sempre dire il male che c’è. Raccontarcelo reciprocamente e sorvegliarci.

- Terza chiacchiera: Penso alla maestra Albertina, uno dei personaggi più ricchi di linfa vitale del tuo libro. E tu? Quante ragazze come Rebecca hai conosciuto in questi anni nelle tue classi? E qual è, se c’è, il compito dell’insegnante in questi casi?

Albertina è una maestra “normale”, nel senso pieno del termine: è esattamente come le maestre dovrebbero essere, non straordinarie, ma persone che in ragione della loro umanità e del loro lavoro “vedono” i bambini tutti e danno loro un posto nella scuola e quindi nella vita. Non fa cose eccezionali, solo non permette che i meccanismi dell’esclusione prevalgano, sorveglia fin dal principio le interazioni della classe e dei genitori e impedisce che degenerino. La scuola, e in particolare la scuola pubblica, ha questo ruolo. La scuola è un formidabile laboratorio di integrazione. Colpirla è da irresponsabili. Vuol dire mettere a rischio la nostra convivenza. La scuola va accompagnata, sorvegliata certamente, ma in un atteggiamento di alleanza.

- Quarta chiacchiera: Il premio Calvino ti ha permesso prima di pubblicare il tuo romanzo con un editore importante e poi di arrivare seconda al premio Strega. Consiglieresti a un giovane aspirante autore di affidare il proprio manoscritto a un concorso letterario? Che effetto ti fa sapere che, dopo il successo de ‘La vita accanto’, le iscrizioni al premio Calvino quest’anno sono quasi raddoppiate?

Sono molto contenta di sentire che il Premio Calvino ora sia più conosciuto. Il Premio Calvino è un concorso serio e lo dimostra il fatto che da molti anni segnala manoscritti che vengono poi pubblicati e amati dai lettori. Ben prima del mio. Mastrocola e Tamaro sono legate al Calvino, ad esempio. E’ un Premio completamente svincolato da logiche di potere editoriale, i lettori sono volontari, ogni manoscritto viene letto da più lettori, alla fine c’è una giuria di scrittori, i lettori ruotano ogni anno affinché non si creino gruppi di pressione. Conosco solo questo concorso e non so dire di altri. Immagino comunque che ci siano in giro concorsi che speculano sul diffuso desiderio di essere ascoltati, di pubblicare. Ci sono molti blog che ne parlano e chi intende partecipare a un concorso dovrebbe raccogliere informazioni.

Questa era l’ultima chiacchiera: non mi resta che salutarti e ringraziarti per aver accettato il mio invito, facendoti molti in bocca al lupo per il tuo futuro. Se vuoi lasciare un messaggio al mondo intero, qui puoi farlo.

Leggere, leggere e leggere. Leggere ci permette di conoscere il mondo e di riconoscere gli uomini compagni di sentire e di agire. Alleggerisce il giudizio e ci fa vivere bene.

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