La musica è altrove. Cielo e terra nelle canzoni di Angelo Branduardi - Saverio Simonelli

Recensione di Mario Bonanno - 30-05-2012 

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La musica è altrove. Cielo e terra nelle canzoni di Angelo Branduardi - Saverio Simonelli

Andrebbe evidenziato in ideale giallo anti-nebbia: dietro la patina finto confetto le canzoni di Branduardi assemblano zone d’ombra come nuvoloni gravidi di pioggia in un cielo primaverile. Attraverso l’armamentario dei suoi simboli naif (il corvo, la pulce d’acqua, la mela, il cielo, gli aironi, la giostra, il grano, la sabbia, il mare) Angelo Branduardi ha sempre girovagato, in fondo, attorno ai temi della metafisica e dell’ontologia. Antropomorfizzando elementi naturali e animali ha indagato sulle declinazioni del vivere, crescere, amare, cadere, gioire, sognare, soffrire, ridere, estinguersi, dell’essere umano.

Branduardi è Branduardi. Unico e solo. Inimitabile, come il liquore della pubblicità. Il contafavole della canzone italiana. Il menestrello post-moderno che alle brume d’Irlanda ha sostituito quelle padane. L’abile incantatore di grandi e piccini. Musicalmente polimorfo (ha attraversato i generi: dal folk di tradizione nord-europea alla classica, dall’etnica, al soft-rock al progressive). Di talento (viene dal conservatorio e sa suonare davvero: violino, chitarra, e altre cento diavolerie che va a scovare chissà dove per il mondo). Di nicchia, pure se in grado di arrivare al grande pubblico. Il tutto, per giunta, con l’aria di non prendersi troppo sul serio. Senza pedanteria, senza la sicumera da vate canterino, custode di chissà quali verità assolute. Ecco il punto: di fronte ai suoi dischi, ai suoi concerti, hai come l’impressione che Branduardi sia lì, soprattutto per suonare e cantare: questo e non altro gli interessa davvero.

L’ottimo saggio che Saverio Simonelli gli dedica per Ancora (“La musica è altrove. Cielo e terra nelle canzoni di Angelo Branduardi”, 2012) tralascia poco e nulla del suo "universo" policromo, compreso l’aspetto musicale cui dedica un intero capitolo (il II, “La musica è un’esperienza”), addentrandosi, per il resto, tra gli anfratti dei testi: più stratificati di quanto appaiano a prima vista (sono innumerevoli i riferimenti filosofico/letterari e alla tradizione folklorica mondiale). Come scrive, non senza un filo di polemica, Simonelli a pag. 95:

“se (...) intendiamo per cultura l’ampiezza di sguardo, la pluralità dei riferimenti, la costruzione di un mondo di simboli ricco di sfaccettature, di sfumature, un mondo nel quale personaggi e storie rimandano a significati più profondi anche quando lievi e giocosi, allora è inevitabile che l’universo branduardiano sia di gran lunga quello culturalmente più ricco e variegato”.

A partire da questo assunto il saggio si misura senza smarrirsi con le suggestioni dello specifico branduardiano: uno sguardo all’analisi musicale, uno all’esegesi tematico/lettararia; uno al Reale l’altro all’Altrove, con la perizia dell’entomologo appassionato, capace di aggiungere alla bibliografia del Menestrello forse la parola definitiva.

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