La dogana del vento - Folco Quilici

di Arcangela Cammalleri - 25-10-2011 

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La fantasia è indispensabile allo storico (…) senza ricostruzione o integrazione fantastica non è dato né scrivere storia, né leggerla e intenderla. Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia

Questo romanzo è un felice connubio tra memoria di fatti storici e ricordo di sentimenti dolenti

L’ Io narrante e il Cosacco sono i protagonisti del romanzo di Folco Quilici La Dogana del vento (ed. Mondadori 2011), la narrazione segue gli anni 1944-45 e, nella seconda parte, gli anni 1974-75. Guido, quindicenne, si trova con la madre a Villa Alta, occupata da sfollati, nella Val Padana, in cui le cime alpine si susseguono in catene montuose e ripide valli in una delle quali sorge il suo paese, mentre in lontananza svetta la Dogana del vento, palazzo di seicentesca origine vescovile, di proprietà della baronessa svizzera Muriel de Almer- Rogin, percorso dal soffio fresco di quel vento da cui prendeva il nome. Con lo sguardo incontaminato, con la mente e con il cuore aperti alla speranza, Guido conduce il lettore dentro i fatti dell’epoca in una dimensione mitica in cui la trasfigurazione non confonde né mistifica la realtà, ma ne esalta il suo lato più profondo con chiarezza scevra da toni melodrammatici. Il giovane cosacco Pjotr, con il burka sulle spalle e l’arma a tracolla, disertore dell’esercito sovietico, arruolato come volontario nel Savoia Cavalleria, compendia molti dei suoi compatrioti antibolscevichi che combatterono volontari a fianco dei tedeschi e dei fascisti. Tra Pjotr e Guido, nei loro contati incontri, nasce un’amicizia che trascende la situazione contingente e una fratellanza dettata dalla giovane età e dalla medesima sete di giustizia e libertà. Pjotr in un italiano stentato, esprime la sua verità:

“Inglesi e Americani aiutano banditi comunisti. Perché questo? Inglesi e americani, guerra di libertà, non i comunisti. Cosacchi pagano con sangue invasione in terra nostra. Stalin nemico. Noi combattiamo lui”.

Molti di questi uomini della steppa, fieri e temuti, invasero questa valle dell’alta Lombardia e, in quei drammatici eventi bellici, da occupanti divennero vittime della ferocia scatenatasi in uno dei momenti più cruciali del secondo conflitto mondiale. Guido si chiederà quale sorte abbia subito Pjotr durante la fuga con i suoi compagni nei giorni che precedettero la Liberazione…Una pagina di Storia evoca…che quando le sorti del conflitto mondiale erano ormai segnate per l’esercito tedesco, conclusa l’offensiva contro il Terzo Reich con la resa del nemico, i vincitori consegnarono ai russi i cosacchi che furono fucilati o finirono nei gulag siberiani con l’accusa di alto tradimento.

La prima parte del romanzo è intessuta dal ricordo di quel periodo storico, dei luoghi familiari a Guido, testimoni degli eventi narrati di cui La Dogana del vento ne rappresenta l’apice, delle persone, l’amata madre Fiorenza, l’avvocato Tazzoli, comandante di un gruppo armato di alpini, le Penne Verdi, decisi a resistere all’occupazione tedesca e alla repubblica di Mussolini, il Colombo che si esprime nel dialetto stretto dell’alta valle, le insegnanti, la giovane e fredda Maffei, l’anziana informale e simpatica Buratti, don Faustino coadiutore del parroco e tanti altri…

La seconda parte si evolve con un salto temporale di ben trent’anni, negli anni 1974-75, in un’ Italia segnata dal terrorismo, con Guido avvocato affermato ed indaffarato che casualmente sul Settebello, da un trafiletto di giornale apprende di un giovane calciatore del Como, figlio di un cosacco. Il passato torna presente e Guido cercherà di sapere se il cosacco amato da Erminia, la madre del giocatore di calcio, è Pjotr, nella non mai sospita speranza che si fosse salvato dalla strage. I ricordi di Erminia non faranno luce sull’identità del cosacco né le ricerche di Guido fino a Lienz, in Austria; il silenzio che copre la sua sorte rimarrà avvolto nel ricordo, ma il futuro per Erminia e Guido sta per diventare una prospettiva rosea…

Sullo sfondo del libro è permanente un ricordo dolente, quello di Guido per la scomparsa di un giovane amico di cui non sa che fine abbia fatto; è un ricordo che si sovrappone a un dolore sommerso, quello per il padre, medico nell’infermeria di una nave da guerra di cui non si è saputo più nulla dal ’41, dopo una battaglia navale nelle acque di Grecia. Folco Quilici ci consegna la memoria di un fatto storico misconosciuto che si distingue dalle tante rappresentazioni memorialistiche per la scrittura concreta e leggera, senza intenti pedanteschi e senza l’intenzione di evocare fantasmi del passato, elevando un sentimento limpido come l’amicizia oltre il dare e avere di vincitori e/o vinti.

Folco Quilici è il più noto narratore di mondi e genti lontani, con libri e film più volte premiati. Tra quanto edito da Mondadori, vicende storiche e intrecci narrativi si fondono nelle pagine di romanzi come Cacciatori di navi 1984, tradotto anche negli Stati Uniti, dove è diventato un film. Cielo verde 1997, Naufragi 1998, nel ciclo inaugurato con Alta Profondità 1999, e proseguito con L’abisso di Hatutu 2001, Mare rosso 2002 I serpenti di Melqart 2003 e La Fenice del Baikal 2005, e nei più recenti Tobruk 1940 2004 e Libeccio 2008, ai quali fanno da sfondo drammatiche vicende autobiografiche. Le opere di Folco Quilici hanno ricevuto importanti riconoscimenti italiani e internazionali, dal premio Marzotto del 1954 al premio Hemingway 2007, al Chatwin 2008, all’Acqui Storia del 2010.

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