La cugina americana - Francesca Segal

Recensione di - 04-09-2012
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La cugina americana - Francesca Segal

“Nella rotazione delle messi, esisteva una stagione precisa per l’avena selvatica, ma non veniva seminata più d’una volta”.

Così scriveva Edith Wharton, raffinata autrice statunitense nel suo romanzo più celebre L’età dell’innocenza (1920) con il quale vinse, prima volta per una donna, il prestigioso Premio Pulitzer (1921).
Quasi un secolo dopo, Francesca Segal pone la frase all’inizio del suo volume che non è un puro remake del libro della Wharton, ma il tentativo brillantemente riuscito di evocare l’atmosfera di una comunità chiusa e conformista dove sboccia un amore impossibile da vivere.

In The Age of Innocence a fare a sfondo alla liaison proibita tra l’avvocato Newland Archer e la contessa Ellen Ollenska, separata dal corrotto marito polacco, era l’alta società newyorkese d’inizio secolo con le sue ipocrite convenzioni sociali ben conosciute dall’autrice che discendeva da un’antica e facoltosa famiglia di New York. Nel romanzo "La cugina americana" (Bollati Boringhieri, 2012) (titolo originale del volume: The Innocents) è la ricca e borghese comunità ebraica di Hampstead nel nordovest di Londra, permeata di tradizioni e severi riti da seguire, a fare da cornice all’attrazione reciproca tra Adam Newman ed Ellie Schneider.

“Non faceva che pensare a lei, con un’energia acuta e logorante, ovunque lui fosse, ovunque lei fosse, in ogni istante”.


Adam e Rachel Gilbert si erano conosciuti durante una gita di gruppo in Israele e “stavano insieme da quando avevano sedici anni - dodici anni l’estate appena passata. Per dodici anni era stata la sua ragazza, e adesso, da una settimana, era la sua fidanzata”. Adam, dal carattere fermo e risoluto, lavorava presso lo studio legale del futuro suocero che era per lui un punto di riferimento essendo orfano di padre ed entrambe le famiglie dei futuri sposi erano entusiasti per l’imminente matrimonio. Non si era profilata alcuna nuvola all’orizzonte a Hampstead Garden fino a quando dagli States non era giunta la cugina americana di Rachel, Ellie di 22 anni “una giovane donna beffarda, frivola e cocciuta, che era tornata dall’esilio come un impenitente figliol prodigo”. Ellie aveva subìto da piccola un danno irreparabile: sua madre Jackie era morta in Israele per un attentato terroristico. Il vedovo Boaz non era stato capace di reagire al dolore quindi “padre e figlia erano isolati, separati dal resto del mondo dall’avvincente violenza della loro perdita”. La cugina americana era “una creatura violata, una marionetta caduta a terra”, così diversa da Rachel che “non riservava sorprese” perché appagata dalla propria esistenza mentre Ellie aveva un’aria irrequieta. La giovane nel clan familiare spiccava per la sua imperfezione lì in quel mondo perfetto e sereno terribilmente convenzionale. Adam desideroso di “scoprire le verità nascoste dietro la vita superficiale di Ellie” non poteva resistere alla curiosità di conoscerla meglio. Era la passione, il desiderio totale “qualcosa di impossibile e indifendibile”. L’amore tranquillo per Rachel vacillava “su qualcosa di vasto e imprevedibile” anche perché la rassicurante vita futura ora rischiava di diventare una gabbia. “Starei con te, se potessi”.

“Un esordio straordinario”: così The Sunday Times ha definito il libro di Francesca Segal, figlia di Eric, autore di Love Story (1970) sulle cui pagine hanno pianto intere generazioni di lettori dall’animo romantico. “Tu proteggerai Rachel e farai la cosa giusta per tutti”. Nel romanzo, che la scrittrice dedica ai suoi genitori, è perfettamente descritto il “mediterraneo” popolo ebraico “espansivo per natura” e la comunità ebraica londinese dove “i figli dei sopravvissuti tendono a crearsi un senso di sicurezza con la routine e con una cerchia strettissima di amici, dopo che una generazione ha visto crollare il mondo”.

© Riproduzione riservata

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