La corrente di Ernest Hemingway

Recensione di Claudia Ciardi - 08-10-2010 

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La corrente di Ernest Hemingway

Il rientro a Oak Park del ventenne Ernest Hemingway dopo l’esperienza della prima guerra mondiale sul fronte italiano, e la solitudine dei boschi del Michigan, fanno riaffiorare una densa materia di scarto su cui si accendono volti e caratteri fermi agli “incroci” delle prime estati passate sui Grandi Laghi. Sono voci nella corrente, dibattute tra le sponde del tempo, raccolte esangui sulla riva ma integre ancora nella loro forza espressiva. L’attenta ricerca di Francesco Cappellini su questi primi esercizi di prosa, presentati insieme a un’analisi puntuale del contesto storico e biografico in cui hanno visto la luce, libera una zona sommersa della fucina creativa di Ernest Hemingway, che si rivela di straordinaria feconda importanza per l’elaborazione successiva di una poetica risalita interamente dai fiumi navigati in vita.

1918. Un ragazzo di diciannove anni nella mischia della guerra. Un avamposto italiano su cui si abbatte un colpo di mortaio. Corpi rimasti uccisi o incoscienti, sepolti nell’incubo notturno. Spinto di là dal fiume, il giovane soldato scampa alla morte, o piuttosto ne fa ritorno, trascinato da un’esperienza di vita ancora acerba che tuttavia, quella stessa notte, muta di corso e significato. È la fine dell’adolescenza, l’alba e il risveglio di uno scrittore. Il rientro a Oak Park, poi la solitudine dei boschi del Michigan, fanno riaffiorare una densa materia di scarto su cui si accendono volti e caratteri fermi agli “incroci” delle prime estati passate sui Grandi Laghi. Sono voci nella corrente, dibattute tra le sponde del tempo, raccolte esangui sulla riva ma integre ancora nella loro forza espressiva. Il ventenne Hem mette su una bizzarra galleria provinciale, affatto ispirata al lirismo pur se a tratti grottesco che si aggira a Spoon River, bensì al trauma iniziatico della guerra che chiude una stagione di gioventù in America. Lee Masters scrive l’epitaffio di un villaggio, mentre nel mondo si dà battaglia. Hem, il ragazzo dell’Illinois, tornato a casa uomo, lo incornicia quando le armi hanno ormai smesso di sparare ma senza che in lui la ferita, ben più profonda, andata a intaccare l’essenza ultima della sua sensibilità, abbia alcuna speranza di richiudersi. Così la bella Pauline Snow fiorisce come “un giglio d’Oriente […] da un mucchio di letame”, Ed Paige coi suoi pugni fuori misura mette in ombra la star della boxe venuta a esibirsi tra i fienili di Boyne City, Bob White, reduce dalla guerra in Francia, racconta il rumore assordante delle trincee e gli imboscati di Parigi, i coniugi Hurd sono inchiodati alla loro sconcertante grettezza, Billy Gilbert, l’Ojibway che si è fatto soldato scozzese, dissolve insieme alla sua sagoma dondolante nel tramonto del lago Susan. Questi ritratti si scoprono abbozzati nella stessa sostanza dei residui organici, espulsi dal corpo in seguito al manifestarsi di una grave e dolorosa affezione. Qualcosa di simile al distillato alchemico enunciato da Joyce nel Finnegans, dove Shem “the Penman” realizza dalle feci l’encaustum indelebile con cui scrivere sul proprio corpo una storia circolare; o per non scostarci troppo dai liti tracciati da Hem, la prefigurazione della catarsi fisica di Richard Cantwell in Across the river and into the trees. Dunque scrittura impressa sulla pelle e defecata dal Sé. Nient’altro che relitti di identità strappati al fango, jagged personalities subito inghiottite dal moto imprevisto e convulso degli eventi. Sulla scia di questa umanità desolata, Hem arriva nella travolgente Chicago, la città proibita di gangsters, pugili e jazzisti dove nasce, si direbbe attrazione fatale, un’altra storia di vita, La corrente. È il 1921. Annus mirabilis che vedrà infine l’approdo dello scrittore a Parigi con altri compagni di avventura altrettanto sradicati e perduti, alla ricerca di un senso nel fondo di un’esistenza pericolosamente in fuga. Ma di mollare, neanche a parlarne. “No, c’era una corrente da qualche parte. Doveva andare con la corrente. Questo era tutto ciò che importava, la corrente costante. La corrente che faceva muovere le cose.” Stuy, il protagonista, trova la forza di battere il suo avversario e resistere ancora alle carambole della sorte. Del resto, ebbe a dire Ez-Grandpa nei giorni assurdi e visionari della gabbia, attraversiamo le cose come foglie nella corrente (“a leaf in the current”, The Pisan Cantos, Canto 81). Il primo miste, e forse il più inquieto, della improvvisata fiesta di Parigi, anche lui irrimediabilmente esule tra terra e fiume, non poteva chiosare in maniera più disarmante un’intera generazione. L’attenta ricerca di Francesco Cappellini su questi primi esercizi di prosa, presentati insieme a un’analisi puntuale del contesto storico e biografico in cui hanno visto la luce, libera una zona sommersa della fucina creativa di Ernest Hemingway, che si rivela di straordinaria feconda importanza per l’elaborazione successiva di una poetica risalita interamente dai fiumi navigati in vita.

- Titolo: La corrente
- Autore: Ernest Hemingway
- Curatore: Francesco Cappellini
- Casa editrice: Via del Vento
- Anno di pubblicazione: 2010
- Direttore editoriale: Fabrizio Zollo

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