L’importante è proibire - Maurizio Targa

di Mario Bonanno - 16-07-2011 

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Domandina pleonastica a beneficio delle anime candide: fossero solo canzonette, perché darsi tanto da fare con la censura preventiva? Nei giorni successivi alla strage dell’11 settembre sono stati ben 128 i brani che il governo USA ha pensato bene di cassare in nome della sicurezza di Stato. Alle nostre latitudini, spalmata dai tempi del glorioso Minculpop di fascista memoria ai nostri giorni, la cifra è molto più cospicua e annovera presenze al di sopra di ogni sospetto trasgressivo (vedi i “casi” dei risibili Pooh, Cugini di campagna, Baglioni, Morandi, Cinquetti). E allora sarebbe auspicabile chiarirsi le idee una volta per tutte: o le canzoni sono un medium effimero (buone soltanto al perpetrarsi del “canta che ti passa”) oppure la loro fruizione di massa può nuocere gravemente alla salute del Sistema: non si spiegherebbe altrimenti l’accanirsi delle commissioni di censura contro il mondo delle sette note. A soffermarsi sulle oltre 170 pagine di “L’importante è proibire. Tutto quello che la censura ha vietato nelle canzoni” (Maurizio Targa, per Nuovi Equilibri, 2011) viene spesso da sorridere, per non piangere. Il saggio non tralascia nulla (dalle scuri censorie calate contro i cantautori a quelle verso i cantanti per casalinghe) e lascia intuire, quindi, un lavoro di ricerca presso che immane. Si censura per motivi di decenza, scurrilità, oltraggio alla religione di Stato, istigazione alla droga e/o al suicidio. Si censura (soprattutto?) per salvaguardare il quieto vivere delle istituzioni (leggi Stato e Chiesa), come nei casi di Tenco, De Andrè, dei “primi” Finardi e Bennato. Ma si taglia(va) a destra e a manca (soprattutto in epoca DC) anche per le elucubrazioni pruriginose (da autentico manuale di psicopatologia quotidiana) del censore, impegnato nella caccia a possibili doppi e tripli sensi delle strofe o alle cover che potessero turbare i sogni dei mariti italiani e - perché no - anche i propri. Il cahier de doleance allestito da Targa è copioso, ironico, articolato e ha il grande merito dell’aplomb, nel senso che non scade mai nella facile invettiva. La sua scrittura colpisce di fioretto piuttosto che di sciabola e ne viene fuori un libro dall’incedere godibilissimo, malgrado il tema trattato. Sulla carta la sfida non era facile, ma l’autore è riuscito a vincerla in straordinario surplace.

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