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Gianluca Morozzi



"L’eleganza del riccio" di Muriel Barbery



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Parigi, rue de Grenelle numero 7. Un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maìtres a penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta... (Note di copertina)

Alla fiera della Piccola editoria svoltasi a Roma lo scorso dicembre, Libri più libri, non si parlava d’altro: la pratica del Passaparola tra i lettori aveva decretato il successo imprevisto di questo libro insolito, intelligente, raffinato, colto, divertente in molte pagine, troppo presuntuoso e talvolta pedante e professorale in altre. Le due protagoniste, ormai scrivere romanzi doppi è diventata una moda, la dodicenne Paloma e la portinaia Renée, alternano la loro voce narrante nel lungo racconto di alcune giornate nel condominio davvero chic di rue Grenelle, al centro di Parigi, microcosmo in cui si aggirano una serie di personaggi tipici, stereotipati alcuni, meglio narrativamente costruiti altri, che ci presentano uno spaccato della Francia attuale molto ben orchestrato. La mia simpatia va ad ambedue le riuscite figure femminili, entrambe all’opposto di come si presentano. Ma mi è sembrata soprattutto convincente l’ultima parte del libro, di gran lunga la migliore, nella quale le premesse, talvolta un po’ lunghe e noiose, trovano un epilogo commovente, umanissimo, oltre a fornire una soluzione narrativa efficace per la conclusione del romanzo. Cartesiana la scrittura, cartesiano l’aggettivo ricorrente, molto ben disegnati i personaggi stranieri, come la portoghese Manuela e il giapponese Uzo, a dimostrare ancora una volta la grande civiltà della Francia laica e multietnica, capace di accogliere, mischiare, criticare, ma poi, in fondo, accettare ed elaborare, tutte le diversità.

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Recensione di Elisabetta Bolondi, 14 luglio 2008
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  • 12 febbraio 10:17, di Sergio Magaldi

    A prima vista L’élégance du hérisson, “L’eleganza del riccio” si direbbe scritto da una insegnante di materie umanistiche degli anni ’70-’80, naturalmente “di sinistra”, ma poi si scopre piacevolmente che l’autrice ha solo 41 anni ed è effettivamente docente di Filosofia. La stessa grande attrazione che sui personaggi “positivi” di Muriel Barbery esercita la cultura giapponese in generale e il “sushi” in particolare, in luogo di avvertirci sulla vera età della scrittrice, ci confonde le idee perché ci rimanda, senza soluzione di continuità, ad uno dei tanti miti dell’Occidente in proiezione “gauchista”: le società multietniche, le culture cosiddette alternative e le filosofie orientali rappresentano oggi la nuova sfida contro il “sistema”, perché mettono in luce le contraddizioni del capitalismo, così come una volta faceva la classe operaia.

    Il lettore si sente subito a proprio agio nell’elegante condominio parigino che pagina dopo pagina gli appare sempre più come una finestra sul mondo. Un’apertura questa, che ci permette di scorgere le contrapposizioni presenti nella realtà: storiche, esistenziali, culturali o addirittura metafisiche. Si comincia con quella tra Renée, la portinaia, e Paloma, la tredicenne figlia di un ministro. Qui, per la verità, il dualismo è solo apparente, perché si coglie abbastanza presto che le “confessioni” della portinaia e “il diario del movimento del mondo” di Paloma riflettono l’anima della scrittrice. E questo, certamente, è il compito più difficile che si assume la Barbery. Non solo e non tanto perché tutta la trama prende forma attraverso il racconto delle due donne, quanto perché l’una ha 54 anni ed è di estrazione proletaria, l’altra ha circa 13 anni e appartiene al mondo dell’alta borghesia. Dopo aver letto il libro una sola volta non sono ancora sicuro di poter dire che l’operazione sia riuscita. Più volte, infatti, mi è sembrato come di avvertire uno “slittamento di piani” e mi sono chiesto se a parlare fosse Renée piuttosto che Paloma. Senza contare che la filiale e materna corrispondenza tra l’adolescente e la donna matura sboccia quasi per incanto, non troppo suffragata dallo svolgimento della narrazione. E, a meno di voler dire che “le anime belle si riconoscono subito fra di loro”, una ragione in più per chiedersi se Renée e Paloma, pur presentate con tante differenze, non siano in realtà che una voce sola.

    Una cosa tuttavia è certa: l’abilità con la quale la scrittrice (evidentemente consapevole del rischio di appiattire le due donne l’una sull’altra), anticipa ogni possibile critica del lettore, fornendo lei stessa “la prova” che Renée e Paloma, conosciute nelle loro contraddizioni, finiscono con l’essere una sola persona o quantomeno sono accomunate dal medesimo “sentire”. E infatti, Renée non è l’oscura e ignorante portinaia che a tutti i costi vuole mostrare di essere per incarnare il ruolo che da lei si richiede e Paloma – che ha solo due strade avanti a lei: imitare Colombe, la sorella, perfettamente integrata nel proprio mondo oppure dare fuoco alle cose che sono i simboli dell’ambiente cui appartiene e suicidarsi – finisce con l’intravedere una terza via: potenza della cultura, delle “anime belle” e delle “affinità elettive”, ma anche del “deus ex machina” che irrompe nella narrazione, sottoforma di un nuovo condomino ricco, attempato e affascinante che, manco a dirlo, è un giapponese, tale Kakuro Ozu.

    Per una contrapposizione che si risolve, ricomposta nell’unità dialettica dell’anima della scrittrice, tutte le altre permangono intatte e ci inducono a riflettere, sia pure con amarezza lucida e consapevole, che di loro è tessuta la trama della realtà, ma non per questo la vita è indegna di essere vissuta, giacché, se riusciamo a vederli e sentirli, aspetti di bellezza e momenti di armonia sono presenti in questo mondo di contrasto e di lotte. Nonostante tutto, e malgrado il finale del libro ci avverta che il destino è in agguato proprio quando la felicità sembra ormai a portata di mano…

    Ecco, credo, il messaggio più importante che ci consegna il romanzo di Muriel Barbery, scritto quasi sommessamente, con garbata ironia e in uno stile di cui s’era perso il segno.

    (DAL BLOG: http://zibaldone-sergio.blogspot.com )