L’anno delle ceneri di Giuseppe Schillaci

di Elisabetta Bolondi - 09-06-2010  

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Il 1948, l’anno delle elezioni vinte dalla Democrazia Cristiana contro il fronte della libertà, Partito Comunista e Partito Socialista, l’anno dell’attentato a Togliatti, l’anno di Padre Lombardi e di Luigi Gedda, della centralità dell’Azione Cattolica e della chiesa militante, viene raccontato dal narratore di questo romanzo come un anno decisivo anche per i protagonisti della storia, ambientata in un quartiere popolare di Palermo, Buon Riposo. Masino Basile, innamorato perdutamente e infelicemente di Ninetta Bonanno, è un giovane fornaio, ricco solo di una scassata bicicletta con la quale compie piccole consegne per il prete e per i piccoli notabili del quartiere. L’Azione Cattolica e i democristiani dominano la zona, mentre il Partito Comunista è in minoranza, anche se un giovane militante, Macaluso, cerca di aiutare Toni, zio del giovane Masino, a reagire politicamente al dominio dell’alleanza chiesa/democrazia cristiana/mafia. In realtà, pur essendo la politica molto importante nello svolgimento della narrazione, all’autore sembra stare a cuore più l’aspetto mitico, tribale, arcaico dell’ambiente sociale che descrive e che sembra conoscere fin troppo bene: gli abitanti sono devoti dei Decollati, una sorta di santuario dove i fedeli pregano in forme quasi pagane, dove aleggiano spiriti, dove si dedicano novene infinite a una divinità lontana, dove immagini orribili di supplizi, di corpi martoriati sono lo sfondo intorno a cui si muovono i fedeli. Sul ponte dell’ammiraglio fuori della borgata vive Nofrio, un vecchio saggio, quasi un veggente che aiuta Masino a decifrare i suoi sogni e che rappresenta metaforicamente una figura paterna e positiva, mentre tutti gli altri personaggi, la madre di Ninetta, Sisidda Bonanno, l’americano Nick, una megera-guaritrice, Zà Mimì, sono tutte figure negative che spingono i due protagonisti ad allontanarsi dalla loro comune felicità. Non c’è lieto fine in questa storia spietata, nel senso che l’amore non trionfa; invece c’è la possibilità di salvezza per Masino, che aiutato dai "comunisti" riesce a fuggire da una terra che è pronta a sotterrarlo insieme ai suoi sogni.

Straordinaria la lingua usata dallo scrittore: un impasto sapiente di un dialetto stretto con un italiano pieno di forme tipiche del parlato che ci pone direttamente all’interno del mondo, quasi fiabesco, che ci viene raccontato. I luoghi, la natura, l’ambiente sociale, il degrado, la fame, gli odori di miseria e di marciume, tutto ci arriva con l’immediatezza degli scrittori veristi a cui Schillaci sembra avvicinarsi, anche se il suo libro è di un’evidente modernità, per il taglio narrativo e per le forme linguistiche sapientemente usate.

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