Il rumore dei tuoi passi - Valentina D’Urbano

Recensione di Alessandra Stoppini - 28-05-2012 

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Il rumore dei tuoi passi - Valentina D’Urbano

Beatrice e Alfredo vivevano alla Fortezza, un quartiere che assomigliava a una terra di frontiera situato ai margini di una grande città dove la cosiddetta gente perbene non si avventurava. In questo “porto franco, una terra di nessuno” le case erano state occupate, prese d’assalto, vinceva chi arrivava per primo.

“Mio padre fu uno dei primi a occupare. Era giovane, incazzato, voleva una casa e non gliela davano e allora la casa se la prese con la forza”.

I figli degli occupanti sono cresciuti sui marciapiedi osservando le macchine della Polizia che raramente percorrevano le strade del quartiere, perché “era un posto dove non potevano mettere piede”. Del resto gli abitanti del “ghetto delle bestie” non avevano paura delle guardie, perché non avevano niente da perdere. “Eravamo gente poco raccomandabile, gente che nessuno voleva prendere a lavorare, i rifiuti della società”. Ma anche “l’ultimo dei poveracci”, senza speranza e i loro figli “che avevano ancora meno speranze dei loro genitori”, “hanno bisogno di una storia”. Beatrice, l’io narrante, ce la racconta così come si è svolta partendo dalla cronaca del suo rapporto con Alfredo. “I gemelli ci chiamavano. Dicevano che eravamo uguali, anche se non ci assomigliavamo per niente”. In un quartiere “di ladri e di spacciatori, di tossici e di delinquenti” Alfredo e Bea si erano conosciuti da bambini “in una sera di agosto, afosa da star male” durante una delle consuete liti che avvenivano tra il padre vedovo “ubriaco marcio” di Alfredo e i figli piccoli che l’uomo si ostinava a picchiare con furia selvaggia. “Al centro, rannicchiato per terra, c’era uno spaventapasseri di bambino che piangeva tenendosi le mani in faccia”. Da quell’istante tra i due bambini era nato tutto. Quando si vive in una terra desolata come questa “periferia a ovest della città” nella quale “tutte le cose hanno un soprannome” e dove la chiesa (Pagoda) “un enorme blocco grigio malamente incastrato tra i palazzi” assomigliava a un’enclave, le soluzioni da prendere sono due. Fuggire al più presto per costruirsi una nuova vita lontana dal luogo nel quale si è cresciuti, oppure restare e perdersi. L’eroina del romanzo non si rassegna e al di là della desolazione che la circonda intravede un futuro, una speranza per un domani migliore.

Valentina D’Urbano, il cui talento è stato scoperto da Io Scrittore, torneo letterario di Gems, è nata a Roma dove vive e lavora come illustratrice per l’infanzia. Lo stile verista dell’autrice che ha dichiarato “la passione per la scrittura è nata leggendo” affronta temi importanti quali il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta, il disagio sociale, la solitudine e il dolore.

Un romanzo che non passerà certamente inosservato, un esordio che farà strada quello di Valentina D’Urbano che ha come scrittori di riferimento Niccolò Ammaniti e Stefano Benni.

“Mi chiamo Beatrice. È un nome particolare, che non si usa da queste parti. Mia madre l’ha sentito alla televisione in uno sceneggiato che parlava di una principessa e ha voluto chiamarmi così”.

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