Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Roy Lewis

di Alfonso Cernelli, scrittore - 08-04-2011 

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"Il più grande uomo scimmia del Pleistocene" è un’opera sui generis, difficile da classificare: è romanzo fantascientifico, libro umoristico, saggio sulla storia dell’evoluzione umana, racconto metaforico sulle prime invenzioni dell’uomo. La lettura offre lo spunto per fare innumerevoli riflessioni sui tempi moderni in cui viviamo, su questo continuo e illimitato sviluppo tecnologico e sulle sue infinite distorsioni e aberrazioni.

Il romanzo ci riporta indietro nel tempo di circa 3 milioni di anni, nell’Africa Centrale del Pleistocene, dove vive una numerosa famiglia di ominidi o uomini scimmia, i cui componenti si esprimono con un divertente linguaggio moderno. Sembra quasi che gli stessi personaggi, pur vivendo in un’epoca primordiale, già si identifichino in certe espressioni tipiche dei nostri tempi e della nostra cultura. I protagonisti principali sono i due fratelli Edward e Vania (zio Vania, per il nipote che è anche la voce narrante). Il primo è uno strenuo sostenitore del progresso e dello sviluppo in tutte le sue manifestazioni, sempre ispirato da una grande creatività; il secondo è invece un moderato conservatore che non vuole forzare la natura, perché teme gli impatti negativi che le invenzioni potrebbero avere sull’ambiente circostante in cui vivono:

“erano entrambi uomini scimmia di saldi principi”

Questa diversità di vedute e di condotta li porta spesso a litigare, come quando discutono sull’opportunità di avere o meno un fuoco nelle notti fredde. Secondo zio Vania il fuoco rappresenta un vulcano attivo, che avrebbe finito per distruggere le foreste e la natura (e come non dargli ragione, visti gli scempi moderni); Edward, invece, che lo scopre e lo fa conoscere a tutta la famiglia, lo considera uno strumento affascinante, con potenzialità incredibili. E quando Edward arriva a progettare anche l’arco con le frecce, per la prima volta quel nostro antenato prende coscienza della propria forza: il fuoco e l’arco possono rendere invincibile il gruppo a cui appartiene, assoggettare altre popolazioni e conquistare altri territori. Ma queste invenzioni si rivelano fatali per il suo inventore, il quale, favorevole a diffonderle presso altre orde di ominidi, verrà ucciso dai suoi stessi figli, contrari invece a quella decisione.

E’ il principio della potenza tecnologica, che nell’Africa del Pleistocene poteva essere rappresentato dal fuoco o dall’arco, mentre nei tempi moderni è senz’altro raffigurato dalle armi di distruzione di massa, capaci di distruggere uomini e cose. Il romanzo, dunque, pur utilizzando la formidabile arma dell’ironia, vuole lanciarci un drammatico ed attualissimo appello.

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