Il paese delle prugne verdi - Herta Muller

di Nicoletta Stecconi - 02-12-2010 

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Premio Nobel per la letteratura 2009, sicuramente a sorpresa dato il nome poco noto dell’autrice, sicuramente meritatissimo considerato lo spessore del romanzo.

Sin dalla prime pagine si entra in un mondo sospeso. La protagonista narra in prima persona dei giorni della scuola, l’amicizia cauta e controllata tra lei e altri quattro ragazzi tra cui Lola, che apre il racconto attraverso il proprio suicidio, evento che rappresenterà il filo conduttore degli accadimenti successivi. Ma più che accadimenti si tratta dell’evolversi quasi involontario di vite che non appartengono ai loro detentori bensì al Capitano Pjele e al ‘dittatore’ i quali, attraverso gli interrogatori, le persecuzioni psicologiche, la capacità di dare e levare un lavoro alienante che fa la differenza tra la miseria assoluta e la servile appartenenza ad un sistema deviante, rappresentano la quotidianità in un paese ferito a morte e rappreso nel proprio sangue. Gli stessi connazionali della protagonista vengono descritti come creature denaturate che compiono atti raccapriccianti, a causa di quella tipica guerra tra poveri di chi è costretto alla lotta per la sopravvivenza.

Ma i quattro ragazzi alimentano il proprio desiderio di rivalsa attraverso la formazione intellettuale ed il miraggio di struggenti ideali di libertà. Costretti a nascondere le proprie letture, a scriversi lettere in codice perché puntualmente esaminate, meditano la soppressione del ‘dittatore’ come possibilità di cambiare le prospettive di vita del loro paese, cercando di rinnegare la fuga che invece sempre essere l’unico modo per sottrarsi a quella realtà. L’umiliante esperienza dell’esilio, quella sorta di evasione di chi è diseredato dalla propria appartenenza culturale e che, arrendendosi, non trova pace neanche altrove. Con uno stile estremamente originale, la Muller descrive un’intera generazione – quella degli anni ottanta – travolta dall’aberrante alienazione del regime totalitario che in Romania ha dato il peggio di sé, costringendo la sua popolazione a subire pesanti intimidazione psicologiche e non meno pesanti condizioni di vita. Raccontato con una forza lirica straziante attraverso un’espressione figurata che ci rende partecipi a tutta la tragedia umana, con la visione di immagini mai volutamente spietate quanto, invece, penetranti nel loro metaforico realismo. I ricordi d’infanzia della ragazza, un padre appartenente alle SS, una madre trait d’union tra due realtà storicamente infelici, due nonne che danno l’idea della forza femminea di un tempo che è stato, si mescolano con un presente nel quale sono le riflessioni a segnare il ritmo dello scorrere del tempo. Il racconto si svolge con un linguaggio metafisico, poetico che con una maestria straordinaria ci fa arrivare tutta la claustrofobia di esistenze manipolate, dove anche nei rapporti più intimi viene insinuata la diffidenza. Quella diffidenza voluta appositamente dalle dittature allo scopo di dividere gli uomini e poter agire indisturbati sull’isolamento degli stessi.

Dopo aver letto "Il paese delle prugne verdi" di Herta Muller ci si spiega perché un’intera generazione tuttora non riesca a liberarsi da un dolore atavico che ha lasciato tracce indelebili, segnando un popolo che sembra aver smarrito la propria identità.

- Vedi anche: Nobel per la letteratura 2009 a Herta Muller

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