Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk

di Elisabetta Bolondi - 29-10-2009  

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"Era l’istante più felice della mia vita": con questo incipit così chiaro inizia un romanzo lungo, complesso, denso di emozioni ed estremamente coinvolgente sul piano emotivo che il premio Nobel Pamuk ha scritto dando voce al protagonista, il signor Kemal, alter ego dello scrittore.

Siamo nei primi anni ’70 ad Istanbul dove il trentenne Kemal, voce narrante della storia, ricco e viziato, sta per fidanzarsi con la bella Sibel, ragazza di ottima famiglia, colta, raffinata. In una vetrina vede una borsa di una nota griffe occidentale ed entra nel negozio per regalarla alla futura moglie. Nella boutique lavora come commessa la diciottenne Fusun, di smagliante bellezza, che Kemal riconosce come lontana cugina che aveva frequentato a lungo nell’infanzia. Per i due è un colpo di fulmine che li porterà presto ad un rapporto intenso e completo, vissuto quotidianamente in un appartamento di famiglia abbandonato, ad onta del senso di colpa che vive Kemal, legato a Sibel con cui sta per fidanzarsi in un rito mondano e formale che costituisce nella società turca un impegno solenne. Malgrado la furia erotica e sentimentale che ha travolto Kemal, questi ugualmente accetta il fidanzamento ufficiale che si svolge all’Hilton e a cui partecipa anche Fusun. Dopo quella serata, la giovane donna sparisce e comincia la malattia d’amore di Kemal: malattia fisica e psicologica, ossessione amorosa, follia. Egli cerca Fusun ovunque, tenta di nascondere alla fidanzata e agli amici il suo tormento, colleziona oggetti appartenuti o toccati dalla sua amata, trascura il lavoro e la famiglia, finisce per rompere drammaticamente il legame con Sibel. Per otto anni non la rivede Fusun, finchè la ritroverà sposata ad un giovane e spiantato cineasta, Feridun, ricevendone un colpo mortale...

Mi fermo nel racconto della lunga e complicata vicenda che coinvolge i vari personaggi, così numerosi da far decidere all’autore di pubblicare un elenco dei loro nomi alla fine del romanzo. In realtà si tratta di un romanzo d’amore, ma anche un romanzo sul collezionismo e sull’idea di museo come luogo da vivere con e per i ricordi; un romanzo sul cinema e sull’amore per i film d’epoca; un romanzo sulla passione travolgente che supera convenzioni e abitudini; un romanzo sulla società turca a cavallo tra tradizione e modernità. Il libro mi ha fatto rivivere atmosfere, sapori e profumi proustiani. La struttura narrativa, con la sua intercambiabilità tra personaggio e autore che si scambiano i ruoli, dà la dimensione della grande potenza narratologica di Pamuk: per questo libro incantevole, pieno di malinconia, di delicata e sensibile analisi dei palpiti del cuore, così fedele nella ricostruzione storico-sociale di un’intera stagione della Turchia che si prepara ad entrare in Europa, il suo Nobel mi appare davvero meritato.

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