Il castello - Franz Kafka

di Tessa Bernardi - 31-12-2011 

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Incompiuto, alienante, complesso, surreale. Trovare un aggettivo per un’opera di Kafka equivale a descrivere lo stesso scrittore novecentesco, il praghese che tutti conosciamo almeno per "La metamorfosi" o "Il processo" e che i critici trovano difficile "etichettare" in modo preciso e univoco.

Pubblicato nel 1926 postumo - come la maggior parte delle opere di Kafka, nonostante il suo preciso volere di veder distrutti i propri manoscritti - Il castello è forse l’opera più complessa e definitiva dell’autore.

L’agrimensore K., protagonista delle vicende, raggiunge un villaggio in cui dovrà lavorare. Su un’altura, distante e quasi illusorio, sorge il Castello, sede dell’amministrazione e del governo del villaggio. Klamm, uno dei funzionari dell’irraggiungibile castello, è l’unico mediatore con cui K. può sperare di entrare in contatto per ricevere informazioni sulle proprie mansioni e sulla propria permanenza in un villaggio che gli si dimostra immediatamente ostile e incomprensibile. Eppure, come il castello che rappresenta, anche Klamm è sfuggevole e lontano. Solo Frieda, cameriera di una locanda, si avvicina all’agrimensore e lo elegge a proprio compagno di vita, lasciandosi alle spalle le precedenti esperienze. Entriamo allora in una dimensione assolutamente fisica, animalesca, che trascende le incomprensioni sociali e psicologiche, e per alcuni critici anche psichiche. Poi diventa difficile seguire la trama dell’opera, rimaneggiata e mai conclusa.

Per gli amanti dell’autore, leggere Il castello concede la possibilità di sbirciare tra le varie stesure e le modifiche che ogni testo subisce prima di potersi definire finito e pronto per la stampa e il pubblico. E’ proprio il pubblico, noi, lettori di questo testo, a dover trovare il senso nascosto tra le righe: lettura ideologica che vede nel castello il terribile capitalismo e affronta l’alienazione e l’emarginazione dell’uomo che vuole curiosare e opporsi al sistema; lettura psicoanalitica che analizza l’impotenza dell’essere umano; lettura filosofica, di stampo esistenzialista, che trova nelle vicende di K. la condizione tipica dell’umanità intera, costretta ad esserci, gettata com’è in un mondo difficile da comprendere. A noi decidere quale valore dare al testo kafkiano, parteggiando per K., incapace di arrendersi e di lasciarsi andare al flusso costante, seppure assurdo, delle cose.

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