Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa

Recensione di - - 05-01-2011
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Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa

Già dalla sua prima uscita, risalente al 1958, il romanzo suscita sì entusiasmo, ma anche molte perplessità.
Infatti, nonostante ci troviamo negli anni in cui si fa evidente il declino di una letteratura politicamente impegnata, l’imponente figura del Principe di Salina, che di fronte al declino inesorabile della sua classe, l’impresa dei Mille e la conseguente ascesa del ceto borghese, non sa fare altro che osservare le stelle dal suo osservatorio astronomico, o teorizzare il salvataggio della vecchia aristocrazia, in accordo con la celebre formula " bisogna cambiare tutto perchè non cambi niente", fa subito gridare alla rinuncia e al reazionarismo.
Lo stesso taglio tradizionale, quasi ottocentesco, del romanzo, nel momento di passaggio fra neorealismo e nuove soluzioni di narrativa, appare quasi un arretramento.
In realtà, Il Gattopardo più che un romanzo storico può essere considerato una amara riflessione sul tema del disfacimento e della morte, cui fa da sfondo la descrizione di una di una Sicilia mitica ("la boscaglia... si trovava nell’intenso stato d’intrico aromatico nel quale l’avevano trovata Fenici, Dori e Ioni... venticinque secoli prima"). Ed è proprio a questi temi che è affidato il valore artistico, e perciò universale, del romanzo.
Eppure, molti ragazzi hanno definito l’opera di Tomasi "barocca" e "ridondante" (cfr. forum ibs.it).
Io credo però che di fronte questo capolavoro non si possa rimanere insabbiati in giudizi sterili, che tengono conto solamente del virtuosismo lessicale, che può risultare insidioso per il lettore più inesperto; ma coloro i quali concepiscono la letteratura come un calderone colmo di emozioni sempre nuove, non rimarranno di certo insensibili al cospetto di una delle descrizioni più terribili e al tempo stesso più affascinanti della terra siciliana. Ma, forse, solo gli abitanti di questa magnifica isola possono comprenderla a fondo.
di Elisa Bonaventura

Il libro narra delle vicende di una famiglia aristocratica siciliana e dei suoi componenti. Il personaggio principale, attraverso cui si snoda la sequenza degli eventi, è don Fabrizio, il nobile siciliano testimone della venuta dei Mille nella sua terra. E’ un nobile colto ed autorevole, che sembra non esser scosso minimamente dai cambiamenti avvenuti nella sua terra. Dopo l’annessione al regno d’Italia, gli viene proposto un importante incarico come personaggio politico, ma lo rifiuta, proponendo per lo stesso posto don Calogero, suocero del nipote Tancredi, ben più ambizioso e fiducioso nel cambiamento di lui. Fabrizio continua a vivere la sua vita, nonostante i cambiamenti sbandierati dai garibaldini e dai loro seguaci. Tancredi, ambizioso e acuto, si lascia trascinare dagli eventi, unendosi a questi “salvatori”, non seguito da Fabrizio, che non si lascia entusiasmare, pur permettendo al nipote, più giovane e spregiudicato, di seguire la sua strada. Fabrizio, fatalista ed annoiato dal suo ruolo e da quelli del suo stesso rango, si lascia dolcemente sospingere dai fatti, che presto non si dimostrano sconvolgenti e tanto innovativi come s’era annunciato. Neanche quelle che possono apparire come delle difficoltà sembrano spaventarlo: ne’ le tasse regie che arrivano per i siciliani, né il nipote che invece di sposare sua figlia sceglie come moglie Angelica, figlia di don Calogero, uomo ricco, ma non nobile. Il libro si chiude proprio con la descrizione degli eventi visti da Concetta, la figlia di don Fabrizio, rimasta zitella dopo che l’amato Tancredi aveva preferito a lei l’altra. Nessuno di questi eventi pare turbare l’inerzia di Fabrizio, che continua a vivere come se niente fosse fino alla sua morte.

Il punto forte del libro non è la trama, piatta e semplice, volutamente scarna in modo da esprimere essa stessa la morale del racconto. Nemmeno il modo in cui scorrono i fatti, anche se possono essere in apparenza sconvolti da eventi come l’unità d’Italia o la spedizione dei Mille. Perché queste grandi innovazioni non hanno avuto niente di veramente innovativo per la Sicilia e i suoi abitanti. Tutto continua a procedere in modo piatto, monotono, privo di eventi che diano una scossa importante, rispecchiando ciò che accade nella vita di don Fabrizio. Perché, come dice Tancredi nel libro, “se vogliamo che tutto resti com’è bisogna che tutto cambi”. E’ la scrittura il punto forte del libro, il modo sapiente e articolato col quale l’autore descrive la vita dei suoi personaggi e i loro vissuti. Una scrittura talmente ben congeniata da permettere che un libro con una trama così (volutamente) scialba possa essere letto e riletto con estremo piacere.
di Tancredi Pascucci

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