Gli errori di Darwin - Jerry Fodor, Massimo Piattelli Palmarini

di Giacomo Borbone - 13-12-2011 

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Sembra proprio che Charles Darwin continui a suscitare ampi ed accesi dibattiti all’interno della comunità degli scienziati (e non solo). Com’è noto, l’impianto teorico di Darwin è oramai ben consolidato all’interno della scienza contemporanea ed anche l’allora papa Giovanni Paolo II definì il principio dell’evoluzione «più che un’ipotesi», sintomo che anche il pensiero religioso non poteva arretrare dinanzi ai successi empirici della teoria della selezione naturale. Ciò non significa che le teorie scientifiche siano valide per sempre, poiché anche esse vanno sottoposte a processi di rettifica, correzioni ecc., ma in questo senso l’evoluzionismo darwiniano non si è mai sottratto ai severi controlli scientifici, anzi li ha superati brillantemente. Tuttavia, nel recente libro intitolato "Gli errori di Darwin", scritto a quattro mani da Massimo Piattelli Palmarini, docente di scienze cognitive all’Università dell’Arizona, e da Jerry Fodor, docente di filosofia del linguaggio alla Rutgers University del New Jersey, si sostiene invece la sostanziale inconsistenza della teoria della selezione naturale. Sin dall’inizio, cgli autori i tengono a precisare che le loro critiche a Darwin (o meglio ancora al neodarwinismo) restano circoscritte all’ambito scientifico e non teologico; questo per evitare da subito il rischio di eventuali strumentalizzazioni da parte di creazionisti e compagnia bella:

«Questo non è un libro su Dio; non è un libro sul “disegno intelligente”; non è un libro sul crea-zionismo. Nessuno di noi ha a che vedere con queste cose. Ci è sembrato opportuno metterlo ben in chiaro subito, perché la nostra affermazione principale […] sarà che c’è qualcosa di sbagliato – molto probabilmente di fatalmente sbagliato – nella teoria della selezione naturale» (p. 11).

Il punto essenziale del libro Gli errori di Darwin risiede, principalmente, nella critica dell’onnicomprensività della teoria della selezione naturale; gli autori, ovviamente, non intendono negare la validità scientifica delle teorie di Darwin (in questo senso il titolo del libro può apparire decisamente fuorviante), poiché essi non negano la realtà dell’evoluzione (che è un fatto) quanto invece la tesi secondo la quale il meccanismo della selezione naturale adattiva sia il suo motore principale (anche se, a onor del vero, questa cosa la sapeva benissimo anche Charles Darwin). Com’è noto, la teoria della selezione naturale afferma che gli individui che meglio si adattano all’ambiente hanno sia maggiori probabilità di sopravvivenza, sia maggiori probabilità di trasmettere alla propria prole il loro patrimonio genetico; quello che i due autori contestano è proprio la selezione naturale. Secondo i due autori, sulla base anche dei recenti sviluppi della evo-devo, è possibile prospettare una teoria alternativa alla selezione naturale di formulazione darwiniana. Essi affermano che le forme organiche in realtà non emergono a seguito di pressioni esterne della selezione, bensì per via di

«altri fattori che debbono aver svolto un ruolo di primo piano nell’evoluzione e che sono altrettanto, se non di più, estranei all’adattamento e alla selezione naturale»; (p. 87)

gli autori chiamano tali fattori “le leggi della forma”. Pertanto, secondo tale prospettiva, le forme organiche non si generano dall’esterno (ad esempio per via della pressione ambientale), ma dall’interno grazie, ad esempio, alla formazione spontanea di forme complesse e di reazioni continuamente oscillanti (come sostenuto dai chimici russi Boris P. Belousov e Anatol Z. Zhabotinsky).

La posizione assunta da Piattelli-Palmarini e Fodor sembra davvero un’ottima alternativa alla teoria della selezione darwiniana? In effetti la teoria darwiniana riesce a spiegare una serie innumerevole di fenomeni, per cui ci pare alquanto azzardato sostenere la presenza di una teoria alternativa a quella darwiniana (semmai i fattori di cui parlano Piattelli-Palmarini e Fodor, potrebbero inserirsi benissimo, per dirla con Thomas Kuhn, all’interno del paradigma darwiniano). Gli autori, da un lato e a ragion veduta, criticano in maniera ferrea l’utilizzo, per lo più neodarwiniano, della selezione naturale in campi ad essa estranei (come se quest’ultima fosse una legge valida per tutti i fenomeni sia naturali che sociali), ma dall’altro non dimostrano altrettanta sensibilità epistemologica nell’analisi della teoria della selezione naturale.

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