Firmino di Sam Savage

di Lucia Sedda - 18-04-2011 

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Al mondo esistono due tipi di animali, quelli con il dono della parola e quelli senza. Firmino è un topo. Nasce in mezzo ad una moltitudine di altri topi da una madre ubriacona ed irresponsabile, fa fatica a sottostare alle dure leggi della sopravvivenza per il latte dei suoi capezzoli; presto si adatta al sapore crudo dei libri che trova nella libreria in cui casualmente è nato. Il rapporto con i libri diventa una condizione di sopravvivenza, ne mangia ne scopre, ne legge. Fa di tutto per sentirsi un essere umano, ci prova, scopre che con la fantasia si va lontano, ci riesce qualche volta, dimentico di non pochi trascurabili dettagli. La distruzione del quartiere che mette in ginocchio la vecchia libreria è l’anticamera della fine del mondo, della cultura. In un mondo deprivato dell’essenza dell’arte nessuno sopravvive, neppure Firmino, neppure un topo fragile ma speciale che nonostante tutto ha imparato a leggere, a suonare un pianoforte; però non importa essere speciali, se tutto il resto del mondo è mediocre. Firmino è la parabola dell’uomo che sposta la materialità del proprio corpo dentro un libro e quel libro, solo quel libro, diventa l’unico specchio con cui guardare il resto della vita. Il libro e lo specchio. Perché proprio un topo? Piccolo, timido e disprezzato eppure così profondamente colto. Firmino è uno qualunque, ma non è mediocre e per questo nessuno si accorge di lui. Se solo potesse, Firmino dimostrerebbe che i libri li sa leggere per davvero e ha delle idee e dei gusti letterari piuttosto raffinati, e ha dei sogni, e ha dei pensieri anche poco casti sulle donne dei cinema in cui va a cenare con i resti dei popcorn sparsi per terra.

Profondamente pessimista eppure realista, questo libro in cui un topo legge, suona, balla, seduce, pensa è così vero da sembrare la biografia di un essere umano, non uno qualunque però. Uno di quelli, ad esempio, che si sente offeso e sopraffatto dalla totale noncuranza con la quale le librerie chiudono per fare spazio ad un’autostrada, o ad un supermercato. Dal totale pressapochismo con il quale ottusamente si cerca di dimostrare che in termini di mercificazione spicciola l’arte vale poco e poco produce e soprattutto non è urgente. Perché ogni cosa può servire, una strada per camminare, un supermercato per acquistare, un ristorante per mangiare. Ma la cultura allora a cosa serve? Con quanti piatti di agnolotti è possibile barattare la differenza tra l’uomo e la scimmia? Tra l’uomo e il topo? Tra Firmino e i suoi fratelli? Può qualsiasi altra cosa che non sia cultura far sopravvivere un diverso e, per mezzo di qualcosa che potremmo riduttivamente chiamare immaginazione, donargli vita, bellezza, autostima? Può un topo convincersi di essere un uomo e per questo meritare e pretendere di avere una vita parimenti eccezionale? Firmino può. Perché ha imparato a leggere. Poi non importa se gli altri sono sempre più forti e invadenti, perché hanno le ruspe, hanno le leggi, hanno potere decisionale, hanno e fanno la voce grossa. A noi basta sapere che, comunque, Firmino può.

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