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"Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino" di Giuseppe Ayala

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“Molti si chiedono perché non sono stato ammazzato anch’io. La domanda, anzi, mi è stata direttamente rivolta in più occasioni. La mia risposta è sempre la stessa, semplice e chiara: “Grazie all’Enel sono vivo”.

Sereno e amaro. Giuseppe Ayala, ex magistrato del pool antimafia del maxiprocesso degli anni 90, non si risparmia nel raccontare la sua vita “blindata” durante gli anni della guerra di mafia. In “Chi ha paura muore ogni giorno”, il coraggioso giudice racconta non solo sfide e tradimenti dentro e fuori la Procura di Palermo. L’amicizia con Falcone e Borsellino, le burocrazie e le gelosie che li costrinsero ad abbandonare un’aperta lotta a Cosa nostra e la voglia di giustizia mai sopita sono le colonne portanti di questo racconto di vita che il togato autore vuole lasciare ai posteri. Una verità, quella di Palermo, che colpiva in pieno petto, uccidendo non solo con le armi, ma anche con le calunnie e le insinuazioni.

Nonostante le lotte di potere, a favore dell’anzianità e a scapito della competenza e della meritocrazia, andò avanti l’isolato Giovanni Falcone nella sua lotta alla malavita, mentre Dalla Chiesa e Chinnici perdevano la vita per la loro sete di giustizia. Ma la vita dei “morti che camminano”, così come fu definito chiunque lavorasse all’antimafia, fu connotata anche da rari momenti di spensieratezza e gioia, intrisi di quella triste consapevolezza mai persa di poter essere bersaglio dei killer in ogni istante. Sorrisi e battute di spirito, intrise di una logica non - esistenza, non hanno mai smesso di accompagnare il cammino di coloro che costituirono essi stessi il più puro e cristallino ideale di giustizia.

Nel 1992 il mondo perse lo Stato. Quello vero. Non quello strisciante tra i corridoi del Palazzo di Giustizia, ma quello itinerante tra Roma e l’estero, tra auto blindate e misure di sicurezza soffocanti. Giuseppe Ayala chiude la sua storia agro- dolce con le parole di Agnese Borsellino : “Paolo cominciò a morire quando morì Giovanni, come due canarini che difficilmente sopravvivono a lungo l’uno alla morte dell’altro”. In effetti, Paolo e Giovanni erano meccanismi di uno stesso ingranaggio, espressioni di un ideale di legalità che ancora oggi speriamo che rispunti all’orizzonte.

Recensione a cura di Maria Anna Filosa

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