Che mi dici di Stefano Rosso? - Mario Bonanno, Stefania Rosso

Potrebbe sembrare una biografia non esaustiva e del tutto esauriente (visto l’esiguo numero di pagine), ma "Che mi dici di Stefano Rosso? Fenomenologia di un cantautore rimosso" (Nuovi Equilibri, 2011) di Mario Bonanno e Stefania Rosso (figlia del cantautore) è una stanza buia in cui improvvisamente trapela un raggio di luce: non l’abbacinante neon che ci affligge nei centri commerciali, negli studi televisivi, dove tutto ciò che esposto deve essere perfettamente visibile e chiaro, ma una luce fioca, che delinea i contorni sfumandoli, con tutto il rispetto e la delicatezza al tatto che si dovrebbe avere per ogni vita.
Una biografia corale di Stefano Rosso, cantautore rimosso
Ci possono essere due punti di partenza differenti quando ci si accosta a questa biografia: conoscere Rosso o non conoscerlo. Chi l’ha ascoltato, non potrà che apprezzare il tocco gentile che hanno queste pagine, a dispetto di un’introduzione graffiante e un pó arrabbiata - perché sentita - nei confronti di chi lo ha dimenticato. Chi non lo conosca, non lo conoscerà certo del tutto, ma avrà di fronte un acquarello, sfumato di azzurri un pò tristi (sfido chiunque a trovare una biografia onesta che sia anche allegra), dagli ironici lampi e un sole soffuso in una qualche malinconica lontananza. A tutto questo si aggiunge un tocco struggente di rimpianto e gioia che crea curiosità senza forzare e senza sforzi (ed è questo che conta davvero, credo), inducendo naturalmente ad ascoltarlo ancora o sentirlo per la prima volta (al libro è allegato il CD con il concerto di Stefano Rosso al Folkstudio di Roma del 1993).
Stefano Rosso, cantautore dimenticato
Nel saggio si analizza puntualmente ogni singolo disco, lo si commenta con tatto e giusto garbo e, ancor meglio, si dà voce a chi l’ha conosciuto, chi l’ha vissuto, chi ha mischiato la vita con lui graffiante, ironico, poetico e popolare. Queste testimonianze valgono in un duplice senso: di sicuro rimandano attraverso gli anni chi non ha conosciuto l’immagine di Stefano Rosso ed è come riscoprire una poesia di cui si era già innamorati, senza neppure averla mai letta; ma ancor più importante è l’operazione culturale che sta alla base di questa biografia. Nel libro si cercano le cause, indagate anche polemicamente, della patina di oblio che ha reso volatile l’immagine di Stefano Rosso, individuandole nella miopia delle case discografiche, nella mancanza di comprensione da parte del grande pubblico o nel suo caratteraccio (pare avesse un carattere poco incline a compromessi). Ma forse è solo la malattia che sconvolge i nostri anni frenetici di social network e messaggi veicolati in un microsecondo, l’incapacità del nostro tempo di preservare la memoria del proprio passato. Di più: l’incapacità del nostro paese in questo preciso momento storico o, peggio, la mancanza di volontà di relazionarsi con una parte del nostro passato in maniera matura, che porta come corollario immediato la cancellazione superficiale di chi a questo passato, al suo tempo, era indissolubilmente legato.
Si può certo discutere (e forse sarebbe doveroso) se i cantautori che vengono invece ricordati siano solo riusciti a scardinare la propria arte dagli anni che vivevano, per proiettarsi oltre, fino a noi. Si può discutere se la fine di alcuni cantautori non abbia a che vedere con la fine di una classe, ovvero la fine di un ceto popolare alle soglie della povertà, infamato e infame, magari verace, di strada, ma profondamente vitale e fecondo. Ma è indiscutibile invece la propensione, tutta nostra e dei nostri anni, a considerare poco o nulla ciò che non si capisce, ciò che necessita uno sforzo maggiore di sensibilità e profondità. Cosi l’ovvio risultato è che si capisce sempre meno, si ragiona sempre più per banalità e stereotipi, tanto che Rosso diventa “Quello dello spinello”, mentre di bello ha altro, molto altro. Molto di più.
Questa biografia è un piccolo atto di giustizia (come tutti i libri di memoria) e un piccolo omaggio alla poesia (come tutto quel che riguarda i cantautori) di Stefano Rosso e del nostro passato. Una volta letto "Che mi dici di Stefano Rosso?", guarderemo nella stanza buia dietro di noi alla ricerca di quella luce, magari fioca, magari fugace, che ci ha parlato con la voce aperta, lieve, ironica, popolare e paurosamente poetica di Stefano Rosso.

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