Caro Gabriel di Halfdan W. Freihow

di Pierandrea Formusa - 16-09-2010 

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Sottotitolo: Lettera di un padre al figlio

Gabriel e’ un bimbo prigioniero della necessita’ che tutto si ripeta incessantemente, senza la minima variazione. Nei luoghi dove si reca, spesso si rivela assente, ricordando cio’ che invece non e’ accaduto.

L’autore scrive al figlio la lunga lettera rappresentata nel libro per vedere se’ stesso e Gabriel a distanza: l’osservazione di se’ chiede di allontanarsi per un attimo da se’, l’oggetto stesso dell’osservazione. Scrivendo si corre pero’ il rischio di incidere nel ricordo cio’ che forse sarebbe svanito col tempo: il male che ci siamo fatti, vittime e carnefici al contempo. Alla nascita di Gabriel, nello stesso giorno, muore la nonna materna, quasi come una nascita pretendesse una perdita, una sorta di bilancia da mantenere in costante equilibrio. Ricordiamo, osserva l’autore, quello che desideriamo, un immagazzinamento adeguato conscio o inconscio. Selezione che ci fa star meglio, che struttura le relazioni con una logica auto-consistente, costruendo trame equilibrate anche dove trame coerenti non esistono.

Per Gabriel ogni cosa deve essere esatta, precisa, disperatamente non ambigua, replicabile all’infinito, assolutamente uguale. Si isola, quindi, perche’ ritiene gli altri inaffidabili, in quanto fonti incerte di un sapere impreciso invece che depositari inviolabili di verita’ immutabili. Rimane ansiosamente attaccato alla pura letteralita’ delle espressioni, incapace di cogliere le sfumature nei modi di dire, cosi’ come nei comportamenti, rimanendo costantemente escluso dal sentire comune. Talvolta e’ necessario semplicemente scacciare dalla mente i pensieri negativi, i quesiti che non possono avere risposta, tutto cio’ che sarebbe esageratamente scomodo da gestire: meccanismo non risolutivo ma efficace. Freihow, in un punto molto intenso della sua lettera al figlio, descrive con serena lucidita’ la beatitudine del trovarsi in una chiesa o in un tempio, tale luogo, infatti, non ci chiede altro che tralasciare il piccolo senso che noi umani cerchiamo e lasciarsi andare al Senso della Creazione. Gabriel risulta poco comprensibile agli altri, difficile da comprendere, quasi impossibile da relazionare.

Per i genitori affrontare le frequenti e violente crisi del figlio e’ una sfida pesante, la temuta impotenza toglie le forze, scardina i basamenti, riduce in poltiglia la speranza residua. Ma il deterioramento, la tracimazione delle relazioni va anche oltre, partendo dall’ambito genitoriale si trasferisce lentamente -ma costantemente- a quello coniugale, l’insuccesso del padre e della madre diventa -quasi per osmosi- il fallimento della coppia. Guardare oltre, nell’altrove dove tutto sembra sia gioia, e’ una forte tentazione, ma sarebbe un tradimento, dopo tante battaglie.

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