Britannia Road - Amanda Hodgkinson

Recensione di - 25-01-2012
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Britannia Road - Amanda Hodgkinson

In Britannia Road, romanzo d’esordio di Amanda Hodgkinson (Frassinelli 2011), la giornalista inglese racconta le anime alla deriva scampate all’olocausto della II Guerra Mondiale.

Primavera 1946. Quando un soldato inglese chiese a Silvana Nowak, mentre s’imbarcava sulla nave che l’avrebbe condotta in Inghilterra insieme al proprio figlio Aurek di sette anni, quale fosse la sua professione, la ventisettenne rispose: “Sopravvissuta”.
Dentro la nave affollata, la giovane polacca si domandava come sarebbe stata la sua nuova vita in una terra straniera dopo essersi finalmente ricongiunta con il marito. Il bambino che Silvana stringeva tra le braccia e che non abbandonava mai “rappresentava tutto per lei” anche perché i tratti somatici e il carattere di Aurek erano la somma di tutte “quelle persone perdute, di quelle ritrovate e di quelle mai dimenticate” che si era lasciata alle spalle. Ora il marito Janusz, ex pilota della Royal Air Force arrivato nel ’40 in Inghilterra, aveva ritrovato la moglie Silvana col figlio. Vi era un’esistenza da ricostruire nel Suffolk a Ipswich nella “stretta costruzione di mattoni rossi con le sue tre finestre e la porta blu” al 22 di Britannia Road dove “l’aria è abbastanza pulita e la via è tranquilla”. In “quest’ultima villetta a schiera della via”, Janusz era convinto che fosse arrivato il tempo delle foglie nuove, simili a quelle che stavano spuntando nella quercia che si trovava in fondo al giardinetto della loro casa in affitto. Quell’albero era diventato un amico per il ribelle Aurek, il cui nome in polacco significa “dai capelli dorati”. Il tempo e i patimenti subiti avevano cambiato la coppia non solo nell’aspetto fisico.

“Sono invecchiati tutti e due. Chissà se si rende conto della speranza che lei ha investito in lui, in quella nuova vita, in quella casa in affitto”.

In questa storia, che esalta il grande amore che una madre può provare per suo figlio, l’autrice con toni delicati descrive il ritorno alla vita dopo quanto causato dalla guerra. Durante l’inverno peggiore degli ultimi anni, Janusz e Silvana non riuscivano a raccontarsi nulla di tutti quegli accadimenti che li avevano visti crescere e che erano stati la causa dei gravi segreti che si nascondevano. Silvana si sentiva “una miserabile superstite in Inghilterra”, Janusz non riusciva a dimenticare Hélène Legarde, la donna che aveva conosciuto in Francia. Solo il giardino “è la chiave di tutto … un posto per tutta la famiglia”. Per Silvana suo figlio era “il suo unico pezzetto di Polonia che era ancora con lei”. Il bambino, che durante gli anni della guerra era cresciuto come un selvaggio dentro la foresta, desiderava “l’abbraccio sicuro degli alberi del suo passato”. Non c’è solo una nazione distrutta dai bombardamenti da ricostruire, bisogna anche ricominciare ad avere fiducia negli altri.

Un romanzo di grande impatto emotivo e narrativo pubblicato in Italia dopo il grande successo che ha ottenuto all’estero. La frase del poeta e drammaturgo polacco Zbigniew Herbert che l’autrice pone all’inizio del volume spiega la poetica di questo libro struggente e particolare:

“Anche i morti hanno bisogno di favole”.

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