Avevano spento anche la luna - Ruta Sepetys

di Elisabetta Bolondi - 06-10-2011 

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Dopo aver letto le prime pagine di questo libro commovente, ho pensato che era necessario scriverlo e per noi è importante leggerlo. La vasta letteratura che ha per oggetto la deportazione degli ebrei, e non solo, durante la seconda guerra mondiale si completa con il punto di vista di Ruta Sepetys, nata negli Stati Uniti ma discendente da una famiglia lituana, che in questo romanzo verità cerca di raccontare l’odissea vissuta dal suo popolo. Il 14 giugno 1941 un convoglio di migliaia di inermi cittadini strappati alle loro case furono trasportati in Siberia, in orribili campi di lavoro dove il regime stalinista tentava di nascondere al mondo la brutalità contro donne, vecchi, bambini, obbligati a lavori forzati in condizioni non molto dissimili dai lager nazisti. Il viaggio di Lina, quindicenne artista in erba, sua madre Elena, moglie del rettore dell’università lituana da dove la famiglia proveniva, suo fratello Jonas, appena undicenne, e dei loro compagni di sventura, viene raccontata dalla ragazza con grande intensità emotiva ed uno sguardo attento a tutte le sfumature psicologiche dei personaggi, nell’inferno del lungo viaggio in treno attraverso la Siberia gelata e nel soggiorno orrendo nel campo di lavoro. Lina riesce a sopravvivere perché registra sulla carta tutto ciò che vede, perché vuole mandare a suo padre la testimonianza visiva di ciò che lei e i suoi compagni di sventura stanno vivendo: una testimone oculare coraggiosa, una ragazza che del talento del disegno dal vero vuole fare un’arma di offesa contro l’intero regime sovietico: il mondo deve sapere l’abiezione nella quale sono tenute migliaia di persone, le torture a cui sono sottoposte, il coraggio dei pochi che tentano di resistere. Per rimanere viva, Lina ricorda continuamente la sua vita prima della prigionia, rimpiange il padre, la cugina Joana, la felicità della sua infanzia in Lituania, quando la sua promettente carriera di artista sarebbe sbocciata in un’accademia d’arte, dove l’amore per Munch, l’autore del “Grido” l’avrebbero aiutata a diventare una grande pittrice. Invece nel gelo dei campi di lavoro siberiani la sedicenne perde la madre, incontra l’amore per il giovane Andrius, impara l’odio, il disprezzo, la solidarietà.

La grande storia dell’Europa tra nazismo e stalinismo viene raccontata con gli occhi di una ragazzina, una sorta di Anna Frank, ma a differenza della piccola ebrea olandese Lina riuscirà a sopravvivere per raccontare al mondo, aiutandosi con i disegni nascosti gelosamente, il suo cammino di sofferenza estrema. Bellissimi i personaggi del libro, su cui emerge la luminosa figura di Elena, la bella madre dei ragazzi: esempio di dignità, di generosità, di eleganza di modi e di educazione, sarà un faro per i prigionieri, ricompensata dall’amore di tutti, che, grazie a lei, non si sono trasformati in bestie; lo stesso nemico, identificato nella giovane guardia Kretzskij, capitolerà di fronte alla grazia della giovane madre, vinta solo dopo aver appreso della morte in carcere di Kosta, il marito adorato.

In vetta a tutte le classifiche, questo libro non è solo ben scritto, ma è un documento imprescindibile per capire fino in fondo la storia dell’Europa del secolo scorso, senza reticenze né ideologismi.

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