Aspettando al semaforo. L’unica biografia di Enzo Jannacci che racconti qualcosa di vero - Paolo Jannacci

di Mario Bonanno - 14-11-2011 

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Poeta, paradossale, vetero-beckettiano, stralunato, comico, tristissimo, eterno bambino, bambino già vecchio, genio (compreso), milanista, amico dei drop-out, cardiochirurgo surreale, umano-troppo-umano: di Jannacci Enzo da Milano, si può dire (scrivere, azzardare, blaterare) tutto e il contrario di tutto, e sbagliarsi puntualmente. L’enigma-Jannacci ha fatto e fa storia a sé: un libero pensatore, prima ancora che un abilissimo compilatore di storie per mezzo di musica e parole. Un saggio e una contraddizione vivente insieme: difficile inquadrarlo facendo a meno dei luoghi comuni (che peraltro non gli somigliano affatto).

L’unica biografia che di lui “racconti qualcosa di vero” non poteva che stilarla uno di famiglia, un figlio, uno che in teoria dovrebbe conoscerlo, se non proprio bene, benino. Ma già il titolo - “Aspettando al semaforo” (Mondadori, 2011) - spiega la quintessenza anomala di questo resoconto esistenziale che vero resoconto non è e non poteva esserlo, avendo in oggetto il cantautore più anomalo che la storia della canzone ricordi, da Milano a Timbuctù. “Aspettando al semaforo” è, piuttosto, il libro che non ti aspetti su un cantante: anti-lineare, anti-didascalico, anticelebrativo, spiazzante, evocativo, originale, metafisico, borderline. Fatto di racconti, ricordi, dialoghi su teatro, piedi, raffreddori, mal di pancia, scalatori di scale con la vespa e trasformatori di case in piscina idraulica, Beppe Viola, Giorgio Gaber, Dario Fo, Paolo Conte, canzoni, tram, la guerra, Milano, il Milan e i massimi sistemi. Un padre e un figlio che si parlano addosso a un semaforo (piuttosto che nel salotto di casa, normale, no?) e di lì muovono per un viaggio stanziale fuori dagli schemi - filosofico, nostalgico, comico, amarognolo -, espressione dell’universo sghembo di un artista che ha frantumato i cardini di ogni convenzione, non per chissà quali studiati disegni provocatori ma per stato di necessità. Chè l’unico punto fermo attorno cui ruota il microcosmo fratto jannacciano, è l’umanità. La costante spirituale, l’impronta distintiva che lo accompagna da sempre, nei diversi ambiti in cui si cimenta: musica, cinema, cabaret. E anche nella vita, soprattutto nella vita.

Per questi e per diversi altri motivi “Aspettando al semaforo” è un libro quasi “necessario”, da non mancare, raccomandato a tutti, non solo agli jannacciani di prima e ultima ora. Racchiude pensieri, parole, opere e omissioni (chissà quante ce ne sono) di un uomo e un (cant)autore sui generis, dialettico, geniale, forse sapiente, che se non ci fosse varrebbe la pena inventare.

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