Aspettando Godot - Samuel Beckett

di Tessa Bernardi - 31-12-2011 

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“Vieni, andiamo.” - “Non possiamo.” - “Perché no?” - “Aspettiamo Godot.” - “Ah, già.”

Vladimir ed Estragon, clown e clochard dai vestiti stracciati e dalla bombetta inglese, aspettano. Il loro destino è questo: attendere il signor Godot che ha dato loro appuntamento, se non oggi sicuramente domani, in una desolata stradina di campagna dove non si vede anima viva. In scena ci sono soltanto loro due e, al centro, un albero dapprima spoglio e quindi coperto di foglie.

Cosa accade loro? Semplicemente: niente. Parlano, discutono, bisticciano, cercano in ogni modo di passare il tempo e osservano, perché l’albero morto sarebbe perfetto per provare a impiccarsi, e perché Pozzo e Lucky, due strane figure che incarnano l’immagine di padrone e servo, sono così strani ma il povero Lucky, al guinzaglio, muove a compassione, e perchè imitarli aiuta a far scorrere almeno una manciata di minuti.

Due atti identici, salvo alcune piccole variazioni, in cui non succede niente. Eppure la vita dell’essere umano è questo. Assurdità, non senso, comica tristezza. Vladimir ed Estragon sono così diversi da noi, lettori e spettatori, ma li sentiamo al contempo così vicini. Accettiamo senza alcun problema il loro modo di rimanere passivi nell’attesa, fiduciosi all’idea che Godot, senz’altro, prima o poi arriverà. Se non oggi magari domani, o tra qualche giorno. E’ certo che loro aspetteranno, anche se non sanno bene cosa o chi, dato che devono spesso rammentarselo per evitare di uscire di scena. E per andare dove? Non si muovono mai, nemmeno quando manifestano l’intenzione di farlo.

Definita come una grande parabola negativa, l’opera di Samuel Beckett - scritta in francese e quindi tradotta in inglese dallo stesso autore - merita di essere vista o almeno letta. Tutta d’un fiato, spezzando quel tempo morto che la caratterizza, mettendo in movimento i personaggi passivi, arresi di fronte alla staticità assurda di una situazione che non ha niente da offrire eppure uniti, solidali in quel non fare che diventa attività frenetica. E alla fine chi sia Godot non ha alcuna importanza. Si fa attendere, quindi esiste, e se lo aspettiamo dal 1953 un motivo dovrà pur esserci.

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