Accabadora di Michela Murgia

di Elisabetta Bolondi , Tosca Pagliari, scrittrice - 05-09-2010 

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- Libro vincitore del Premio Campiello 2010

La nuova letteratura proveniente dalla Sardegna, scritta in un italiano che risente molto della radice originale con le sue diverse origini, vanta una serie di scrittori ormai celebri, come Mannuzzu, Fois, Niffoi, Soriga e qualche voce femminile, tra cui Milena Agus e ora Michela Murgia, nata nel ’72.

Il suo romanzo, dal titolo derivato dallo spagnolo acabar (finire), è emotivamente forte e mette in stretto rapporto la modernità/attualità di relazioni e sentimenti con le tradizioni ancestrali di una terra, un’isola, che sembra ancora mantenere intatte usanze arcaiche e superstizioni antiche che sopravvivono ad ogni forma di progresso.

La vecchia tzia Bonaria Urrai prende con sè la piccola Maria, di appena sei anni, quarta figlia di una vedova che non può mantenerla e che se ne libera con disinvolta leggerezza. Fillus de anima viene chiamato il bambino che ha due madri, quella naturale e quella adottiva, in un processo destinato ad avvenire senza traumi, ma nel caso di Maria le cose si complicano: il rapporto con la nuova figura materna è inquietante e misteriosa appare alla bambina, presto adolescente, la vita della donna, le sue uscite notturne, la sua durezza. Un evento terribile, di cui Maria scopre essere Bonaria la protagonista, divide definitivamente le due donne. La ragazza, aiutata dalla sua maestra, fugge in continente e trova impiego come bambinaia presso una ricca famiglia torinese. Ma, anche lì, l’ombra di tzia Bonaria la insegue, costringendo Maria a tornare a casa per fare definitivamente i conti con un mistero irrisolto e per ricostruire il rapporto interrotto con la figura della madre adottiva.

Le pagine della Murgia sono intense e molto incisive nel costruire atmosfere al limite tra la realtà ed un limbo senza tempo, dove antiche leggende ed usanze rimaste invariate da secoli convivono con la contemporaneità. L’uso di una lingua piena di forme idiomatiche, espressioni dialettali, parole desuete ma molto evocative costituiscono una gran parte del fascino di questo insolito romanzo.

Recensione di Elisabetta Bolondi

L’ultima madre è l’accabadora, colei che aiuta a lasciare la vita perchè se si ha bisogno d’aiuto per nascere, lo si ha anche per morire. Questa è la filosofia dell’anziana che esce di notte avvolta nello scialle nero sullo sfondo di una Sardegna degli anni Cinquanta dove ancora valgono leggi non scritte, che esulano da quelle previste dai codici sanciti. "Accabadora" di Michela Murgia è un dipinto dove le parole oltrepassando il loro valore semantico per diventare colori e tratti di pennello, risvegliando immagini e sensazioni. Non è un libro che si legge, è un libro dove si entra e quasi si partecipa di soppiato, dove lo stupore non ti permette più di lasciare la scena sino all’ultima pagina. E anche una volta chiuso il libro, la mente ritorna a quel film perchè quel che il romanzo è riuscito a seminare dentro difficilmente si dissolve. Quando si è vissuti per 169 pagine insieme all’ingenuità di una bambina e al suo trasformarsi in donna cosapevole del lutto e del dolore, insieme ad una vecchia che porta la morte nelle case con la consapevolezza di compiere un gesto d’amore utile prima di tutto al sofferente e poi alla famiglia e all’intera comunità, quando si è conosciuto un mondo inimmaginabile, di cui non si aveva notizia prima di posare gli occhi su quelle pagine, non si può più tornare indietro. L’abbacadora diventa, allora, una presenza interiore fatta di mille interrogativi, di nessuna certezza se non quella d’aver preso una profonda coscienza della sofferenza, della fine, della pietà.

Recensione di Tosca Pagliari, scrittrice

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